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Abbado: 90mila alberi e torno alla Scala.

«Ritornerei solo per un cachet in natura»


MILANO —Un ragazzo col ciuffo, scuro e spettinato. Un capellone, si sarebbe detto in quegli anni, quando la zazzera incolta era il segno distintivo del modo di vivere e di pensare di chi voleva cambiare il mondo. E proprio mentre il mondo era tutto beat, in quel ‘68 fatidico, un trentenne milanese che amava i Beatles e Mahler, veniva incoronato direttore musicale dell’Orchestra della Scala. Aveva solo 35 anni Claudio Abbado. Un’età oggi impensabile per un simile incarico. Il podio più prestigioso del mondo era suo. Una nomina lampo, promossa dagli stessi professori d’Orchestra, che seguiva di poco il suo esordio al Piermarini, nel 1960. Le foto d’epoca ce lo rimandano con la bacchetta stretta tra le dita nervose, la lunga frangia ondeggiante sugli occhi, «dolce vita» nero alle prove, smoking di rigore alla sera. Il gesto elegante e preciso fin da allora. Uguale lo sguardo, riservato e ironico. Un giovane direttore, già con le stimmate carismatiche del grande interprete. Una stagione miracolosa la sua, lunga 18 anni, dal ’68 all’86. I tempi di «Claudio Abbado alla Scala», come dice il titolo del suggestivo volume (Edizioni del Teatro alla Scala, Rizzoli, pp.329, 60 euro) dove le curatrici, Angela Ida De Benedictis e Vincenzina C. Ottomano, ripercorrono con immagini e documenti, ricordi e testimonianze di artisti e amici (tra cui Roberto Benigni, complice di due Pierino e il lupo) quell’età dell’oro musicale rimasta incancellabile per chi ha avuto la fortuna di viverla.
E a lei Abbado, cos’è rimasto di quel periodo? 

«La memoria di 18 anni intensi e curiosi - risponde il direttore, oggi 75enne -. Un periodo molto creativo per la Scala, ma anche per Milano, a quei tempi vera fucina di idee e di intelletti».

Il suo arrivo alla Scala coincise con il ’68. E anche lei mise in atto una sua rivoluzione: accostare passato e presente, classici e contemporanei, proporre musicisti inediti, dar spazio alla sinfonica... 

«Bruckner per esempio, non era mai stato eseguito, nè alla Scala nè in Italia. E anche Mahler. E Maderna, Donatoni, Boulez, Sciarrino... Le grandi prime di Luigi Nono e di Stockhausen. Il Festival Berg, il Festival Musorgskij. L’esperienza di "Musica del nostro tempo" con Pollini e Manzoni...»

Nomi difficili ieri, e oggi forse anche di più. Come reagiva allora il pubblico, certo poco uso a quelle nuove sonorità sperimentali? 

«In effetti non era sempre facile nè indolore. Anche parte della critica aveva da ridire. Fischi e contestazioni ce ne sono stati. Ma gli applausi via via crescevano. Via via il pubblico cambiava, più giovane, più "normale". La nascita della Filarmonica, l’esperienza di portare la musica nelle fabbriche, all’Ansaldo, alla Breda, alla Necchi, ha aperto a nuovi ascolti, ha smosso desideri di conoscere». Del resto, quando Luigi Nono varcò la soglia del Piermarini con la prima di Como una ola de fuerza y luz, il primo a esser stupito fu lui stesso. In una lettera indirizzata ad Abbado scriveva nel suo idioma italo-veneziano: «Ti gavevi rasone: se pol smover tuto, perfin la Scala. OSTIA!! E la smoveremo insieme». Difatti. Il concetto di musica, di farla e di ascoltarla, stava cambiando a rotta di collo. Musica non più come evasione ma come impegno. Sociale, politico. Pollini che prima del concerto in Conservatorio legge una dichiarazione contro i bombardamenti Usa in Vietnam tra i fischi del pubblico. Abbado che cancella due repliche del Barbiere di Siviglia in segno di lutto per l’attentato di piazza Fontana.

E’ vero che alcuni critici vi chiamavano i NAP, acronimo di Nono Abbado Pollini, ma anche dei Nuclei Armati Proletari? 

«Sciocchezze. E’ vero che tra noi c’è sempre stata una grande amicizia e una grande consonanza etica ed artistica. Per noi tutti, ad esempio, la cultura era un momento di scoperta collettiva. Per comodità alcuni mi avevano bollato come "comunista", ma io non sono mai stato in nessun partito. Naturalmente ho le mie opinioni, sostengo le cause che mi sembrano giuste».

Quei suoi anni alla Scala sono stati caratterizzati anche dalla presenza di grandi nomi della regia, da Strehler a Ronconi, da Ponnelle a Zeffirelli, da Ljubimov a Vitez... 

«Vero, anche se alcuni di loro allora non erano così noti. Dodin ai tempi era quasi sconosciuto e anche Strehler era molto più famoso per la prosa che per la lirica».

Lunga la lista anche dei direttori ospiti in quel periodo, da Barenboim a Kleiber, da Bernstein a Karajan, da Maazel a Mehta, da Sawallisch a Solti... 

«E Riccardo Muti. L’ho invitato io a dirigere il suo primo concerto alla Scala, nel ’70. Gli proposi anche di lavorare insieme. Certo, avevamo gusti diversi, ma avremmo potuto. Una direzione condivisa, perché no? Lui però preferì restare a Firenze, alla guida del Maggio Musicale ».


Alla Scala arriverà dopo. Nell’86, quando lei lasciò la direzione del Teatro. Allora si parlò di suoi dissapori con l’Orchestra. La stessa che costrinse poi Muti ad andarsene. E che di recente ha messo in forse la prima del «Don Carlo». Un’Orchestra difficile? 

«Non per quel che mi riguarda. Sono sempre andato molto d’accordo con l’Orchestra e con le maestranze scaligere. Le turbolenze esistono in tutte le formazioni del mondo. Però, quegli scioperi così sistematici sono un vizietto tutto italiano. Ci sono altri modi per ottenere le cose ».

Come vede la Scala di oggi? 

«L’attuale sovrintendente Stéphane Lissner è molto bravo, sta facendo un buon lavoro. Immagino gli costi gran fatica vista la città. Milano di oggi non è certo un luogo dove si sostiene la cultura. E neanche il resto, date le condizioni di degrado ambientale in cui versa. Peccato, meriterebbe ben di più».


E’ per questo che lei non vuol tornare? 

«Certo a Berlino l’aria è migliore...».

E’ la sua ultima parola? Cosa dovrebbero offrirle per farle cambiare idea? 

«Un cachet fuori dall’ordinario. Novantamila alberi piantati a Milano. Un pagamento in natura. Se accadrà, sono pronto a tornare. A Milano, alla Scala».

by Giuseppina Manin, 30 dicembre 2008

Renzo Piano, Abbado e la città: 

un sogno che finisce.

Milano rinuncia agli alberi di Claudio Abbado

Le città sono immobili. Talvolta bellissime, ma immutevoli come le pietre di cui sono fatte: sono i suoni, gli odori, la gente e gli alberi ad animarle. Tutto ciò che è effimero e cambia le rende sempe nuove e inattese, le tiene vive. Mi chiedo cosa sarebbe a Parigi Place des Voges senza i tigli. 

Ci passo sotto tutte le mattine andando in studio, scandiscono il passare del tempo e il susseguirsi delle stagioni: è una delle tante cose che gli alberi fanno in una città. Mi domando se continuerei lo stesso a passarci ogni mattina, oppure se cambierei strada per incontrare altri alberi. Un delicato gioco d’equilibrio, un’alchimia tra durevole e passeggero; forse è questo il segreto di una città felice? Sono architetto, e naturalmente sono innanzitutto sedotto dalla città costruita: la sua è una bellezza edificata dal tempo. È il tempo che rende le città così complesse e così ricche, specchio come sono di infinite vite vissute tra le loro mura. Le città belle sono una delle più straordinarie e complesse invenzioni dell’uomo, veri monumenti allo stratificarsi del tempo. Ma sono gli alberi a scandire il tempo che ha reso belle queste città. Sono loro la finestra aperta sul ciclo della natura, che poi è anche il ciclo non eterno della nostra vita. E ci ricordano che anche noi facciamo parte della natura, con tutte le conseguenze del caso. Per questo guardare un albero in un dialogo silenzioso è una piccola ma profonda seduta di autoanalisi. Un momento di silenzio e di meditazione, una breve pausa dedicata allo spirito. Con gli alberi si stringe un patto di complicità contro il tempo che passa. Si scambiano promesse alla fine di ogni stagione, e ci si dà appuntamento al ritorno di quella successiva. Piantare gli alberi in città è un gesto d’amore, ma è anche un gesto generoso che altri godranno dopo di te. Nel farlo sai che solo tra cinquant’anni quell’albero sarà adulto e svolgerà la sua straordinaria missione. Se ne era già accorto Cicerone quando scriveva «Serit arbores, quae alteri saeclo prosint» (i vecchi piantano alberi che gioveranno in un altro tempo).
Niente di nuovo, ma non bisogna dimenticarlo. Sembra un gesto umile e semplice ma è un gesto carico di significato e di fiducia nel futuro. Ci sono alberi antichissimi, come il pino di Matusalemme in California o l’abete rosso Old Tjikko al confine tra Svezia e Norvegia, che sono cresciuti quando l’uomo non aveva ancora inventato la ruota. Neppure il deserto del Sahara esisteva, e l’Europa del Nord era mezza coperta dai ghiacciai. Italo Calvino, cresciuto col padre botanico sulle alture di Sanremo, fa vivere la sua intera vita al giovane Barone Rampante sugli alberi di Valle Ombrosa, in Liguria, per ribellione e per scelta poetica. Ed il giovane Barone vive, si innamora, milita e viaggia sino in Spagna senza mai scendere dagli alberi. Straordinaria metafora della magia degli alberi, che anche in città rappresentano una parentesi di trascendenza... Ma la città ha bisogno di alberi anche per una ragione molto più pratica e concreta. C’è un effetto termico detto effetto città per cui la pietra, i mattoni e l’asfalto si infuocano d’estate elevando la temperatura media di 4/5 gradi. Questo effetto è enormemente mitigato da un importante presenza di alberi e dal loro fogliame. L’ombra sotto gli alberi non crea solo uno straordinario spazio urbano e sociale, ma abbassa anche la temperatura in modo considerevole. Gli alberi contribuiscono anche a modificare l’umidità relativa verso un maggior conforto fisico. Infine collaborano, come è noto, all’assorbimento del CO2 emesso dal traffico. Per fare un esempio, 100mila alberi compensano lo smog prodotto da 5.000 automobili. Se vogliamo quindi che le città diventino luoghi più vivibili, e che non facciano pagare un eccessivo prezzo al loro essere luoghi di vita associativa e di scambio, allora hanno anche bisogno degli alberi che così assumono un ruolo tutt’altro che decorativo.
Ho lavorato su questo tema, come architetto e urbanista, in molte città in giro per il mondo, fianco a fianco con straordinari botanici e uomini di scienze. Mi sono sentito dire che gli alberi in un contesto urbano hanno bisogno di terra per le radici, e gliela abbiamo data. Mi sono sentito dire che gli alberi in città soffrono, e abbiamo trovato il modo di farli stare bene. D’altronde, se soffrono gli alberi figuriamoci la gente e i bambini. Mi hanno fatto notare che alcuni alberi provocano allergie, e abbiamo selezionato piante che non emettono pollini. E poi che perdono le foglie, e bisogna raccoglierle: giusto. E poi che coprono le insegne dei negozi: vedete voi. E infine, che rubano spazio ai parcheggi per le automobili. E su questo hanno ragione: gli alberi prendono inevitabilmente il posto dei parcheggi e del traffico automobilistico. Ma è proprio quello che ci vuole: questo è l’aspetto più importante, nella visione umanisticamente corretta delle nostre città nel futuro. Occorre assolutamente salvarle dal traffico e dall’enorme quantità di parcheggi che le stanno soffocando. Più parcheggi si fanno e più traffico si attira, come la fisica insegna. Alcune città più dotate di trasporti pubblici l’hanno capito: a Londra è vietato costruire parcheggi in centro, a Stoccolma per disincentivare l’uso dell’auto una fermata del tram non è mai più lontana di trecento passi, e se il mezzo non arriva entro venti minuti il passeggero mancato ha diritto al taxi gratis. Occorre mettere tutte le risorse per costruire trasporti pubblici e dotare le nostre città di parcheggi di cintura. È chiaro che gli alberi in città hanno un ruolo importante in questa visione. C’è chi, cinicamente, dice che questo non avverrà mai. Scommettiamo che sì? È ormai inevitabile: spendiamo meno in parcheggi e sottopassi, e investiamo nel traffico pubblico. 

E poi costruiamo una cintura verde come baluardo alla crescita scriteriata ai bordi delle città, rinforziamo i parchi urbani, cogliamo ogni possibile occasione di riconversione industriale o ferroviaria per aumentare gli spazi verdi e sfruttiamo ogni occasione ragionevole per dotare di alberi le strade, le piazze, i viali dei centri urbani. Così salveremo le città. Insomma, bisogna piantare alberi nelle città, e bisogna farlo con le Soprintendenze, perché si deve valutare ogni volta il rapporto sottile tra la città costruita, storia e monumento, e l’effimero degli alberi che cadenzano le stagioni. Gli alberi così fragili e vulnerabili diventano testimoni di una rivoluzione che è ormai irrinunciabile. Cito ancora Calvino, che nelle Città Invisibilici esortava a riconoscere in ogni città, anche la più brutta, un angolo felice. E in un angolo felice c’è sempre un albero. 

Così quando Claudio Abbado, con la sua ormai famosa richiesta di remunerare «in natura» il suo ritorno alla Scala, mi chiese di aiutarlo a piantare alberi a Milano risposi con entusiasmo. Non solo perché c’e un nesso tra gli alberi e la musica (ambedue nel segno della leggerezza, del momentaneo e del passeggero) ma anche perché sono metafora di una visione diversa del futuro nostro e delle nostre città bellissime. Certi progetti hanno bisogno di un grande disegno e non sempre le amministrazioni ne sono capaci. Ho pensato che con gli alberi a Milano si potesse ricreare quell’equilibrio che è il segreto di una città felice. Anche perché si sta preparando all’Expo 2015, proprio sul tema della natura e della sostenibilità. Purtroppo devo prendere atto che la città di Milano non intende proseguire su questa strada. Peccato.

by Renzo Piano, 22 aprile 2010
"un'idea romantica, ma si basa su dati scientifici: le piante abbassano la temperatura d'estate e assorbono l’anidride carbonica". E, spiega lo stesso architetto, "una città deve essere soprattutto un luogo dove si abita. Il mio è un progetto di città sostenibile e credo che, per quanto umile, rappresenti una delle iniziative più interessanti in prospettiva dell'Expo".

Lettere: Muti & Abaddo. Chi è Claudio Abbado, il senatore che le ha suonate a Riccardo Muti

Una carriera, quella di Abbado, parallela a quela di un altro grande direttore d’orchestra italiano, Riccardo Muti. Entrambi direttori della Scala di Milano sono stati spesso raccontati come rivali soprattutto dalla stampa. Nel 2008
Abbado ha proposto a Muti una collaborazione, un gesto simbolico in difesa dell’istruzione musicale fortemente trascurata in Italia. Muti ha “prestato”, in quell’occasione, la sua orchestra giovanile Cherubini al presunto rivale Abbado che ha diretto il “Te deum” di Hector Berlioz, in una partitura che ha richiesto un totale di 1000 interpreti tra cui 50 violini, 20 viole, 12 arpe, un esercito di coristi adulti e bambini.


by formiche.net
foto by La Repubblica
Una lettera di Muti Caro Abbado 
torni con noi alla Scala

Caro Direttore, La lettera del professor Marco Vitale, pubblicata dal Corriere il 20 febbraio, che fa riferimento al ritorno di Claudio Abbado a Milano e al presunto mancato invito della Scala a riaverlo sul podio del Teatro, mi spinge ad alcune considerazioni. Guido Vergani ha già risposto in modo esauriente a quella lettera, citando i numerosi inviti, che sia il Sovrintendente Carlo Fontana che io personalmente abbiamo rivolto al Maestro Abbado negli anni passati, inviti rimasti senza una risposta, tranne una lettera a me indirizzata dal segretario del Maestro, che sottolineava l' impossibilità di un suo ritorno alla Scala per ragioni di impegni. A questo punto le parole del professor Vitale sull' atteggiamento ostruzionistico della Scala nei confronti di un grande Artista, che tanto ha dato al nostro Teatro e per il quale nutro una profonda stima, mi spingono ad un ulteriore intervento allo scopo di fugare, ove ce ne fosse ancora bisogno, ogni ombra. Questa è la ragione per cui attraverso il suo giornale, che ha pubblicato insieme alla lettera in questione anche alcuni stralci dei nostri appelli con il commento di Guido Vergani, desidero rinnovare, e questa volta pubblicamente, l' invito a Claudio Abbado a tornare a dirigere alla Scala. Questo invito sottintende, ovviamente, la nostra piena disponibilità ad accogliere qualsiasi proposta che il Maestro Abbado intenda fare sia in campo sinfonico sia in quello operistico e nei periodi da lui indicati. È un invito personale che rivolgo, certo di interpretare il pensiero di tutta la Scala.

by RICCARDO MUTI

foto by La Repubblica
I fratelli Abbado con la madre davanti i piccoli Claudio e Gabriele dietro i fratelli maggiori Marcello e Luciana by La Repubblica
Claudio Abbado con i fratelli e il nipote Daniele 
 by La Repubblica

La droga de la música

¿Cómo es posible que haya personas que vivan sin la música?, se pregunta el mítico director de orquesta Claudio Abbado. Él lo sabe mejor que nadie. A este milanés de 72 años, la música le ha salvado de una grave enfermedad. Ahora ha vuelto a dirigir con brío una 'Flauta mágica' inolvidable.

Claudio Abbado "La magia dei suoni"

¿Cuál habrá sido el secreto? Hace apenas tres años estaba consumido, casi desahuciado por un cáncer de estómago que, según quienes le conocían de cerca, quienes le trataban, iba a acabar con él. Pero Claudio Abbado sabe ahora mejor que nunca que no existe nada definitivo. Ni la muerte, en su caso. Porque el director milanés, a sus 72 años, exprime la vida como un joven feliz, recién licenciado para una segunda oportunidad, como un ave fénix que se ha burlado del destino más negro. Lo curioso también es que muchos, con una resurrección así, tan milagrosa, hubiesen cambiado de vida radicalmente. Él no. Él reincide: "Mi droga es la música", asegura una mañana soleada, tranquila, dulce de primavera en la encantadora ciudad italiana de Reggio Emilia, en el corazón de su país. Es el lugar donde ha triunfado, junto a la joven Mahler Chamber Orchestra, con una versión de La flauta mágica, de Mozart, que Abbado ha estrenado un día antes de esta entrevista junto a su hijo Daniele, director de escena, en cuyo teatro, el Municipale Remolo Valli, ambos escucharon 17 minutos de aplausos sin que nadie se moviera de su sitio.

Mahler - Symphony No.5 - Abbado - Lucerne Festival Orchestra 2004

Atrás han quedado los Requiems de Verdi para encoger el alma que Abbado interpretó en Berlín una Pascua oscura en la que se desgañitó en el podio frente a la Filarmónica de Berlín, la mejor orquesta del mundo para muchos y que él dirigió desde 1989 hasta 2002, y un Parsifal, de Wagner, solemne, intenso, que para algunos supuso una despedida. El director, que para su legión de admiradores en todo el mundo, ha sido el más grande de una generación imponente en la que también destacan Carlos Kleiber, Daniel Barenboim, Zubin Mehta o Lorin Maazel, ha vuelto a los escenarios para seguir siendo feliz con lo que más le gusta: la gran música en todos sus caminos y sus vericuetos expresivos. Pero esta vez siempre hecha con amigos, que los tiene y en sitios bien elegidos. Como en Suiza, donde Abbado se va a dedicar al gran repertorio sinfónico con la Orquesta del Festival de Lucerna; en América Latina, donde el director da buena cuenta de su compromiso radical con la izquierda cuidando de cerca los pasos de la Orquesta de Jóvenes Latinoamericanos, formada principalmente en Cuba y Venezuela; en toda Europa, donde girará con la Joven Orquesta Mahler, formada por jóvenes de todo el mundo, en la que hay varios españoles, y en Italia, por supuesto, donde quiere recuperar a su modo los tiempos de Música Realtá, un proyecto que llevó a cabo en los años sesenta en la región de Emilia-Romagna, en la que ahora quiere disfrutar de los teatros pequeños de la región, "donde caben poco más de 200 personas", asegura, para que escuchen música antigua y barroca. Más sencillez es lo que busca ahora. Menos pompa, una cosa que Abbado ha conocido muy bien porque también fue responsable de grandes teatros como la Scala de Milán -donde fue antecesor del autoinmolado Ricardo Muti, el mejor de sus enemigos- o de la Ópera de Viena, donde pasar unos años para apresar la sombra de uno de sus grandes héroes: Gustav Mahler, que había sido también director de ese templo.
Los amigos también le dejan casas. En Reggio Emilia, durante los días de ensayos y representaciones de La flauta mágica, que podría recalar en España el año próximo, se hospeda en un palacio del siglo XVI, restaurado, en el que convive un clavicémbalo de adorno en la entrada con cuadros de De Chirico en el primer piso. Abbado está solo y muy tranquilo en su refugio por la mañana, antes de acudir a una comida con las autoridades locales en la que hablarán un poco de todo, "de cómo van las cosas", explica. Viste pantalones de explorador y camisa roja de algodón, y luce moreno intenso, hijo de dos de sus mayores aficiones: los paseos por el monte y la navegación a vela por el Mediterráneo cercano a Cerdeña, donde pasa largas temporadas. Sonríe para desafiar una timidez serena que le obliga a quitarse importancia y no huye de ninguna pregunta.
Il maestro all'ingresso del conservatorio di Milano nel 1965 by La Repubblica
Bonita casa.
¿Verdad? Los amigos. Es una suerte. Me la han dejado para estos días. En Venezuela estuve también en casa de otros en Isla Margarita. Mira, aquí.
El maestro enseña una revista de decoración donde aparece la choza, con una piscina de esas que se confunden con el horizonte del mar. "Era el paraíso", dice.
Un paraíso terrenal, como el que reivindica Mozart en 'La flauta mágica'.
Es una ópera completa, abierta a todos los aspectos de la vida, del alma. Hay amor, muerte, viaja a lo más profundo, sin límites.
Abierta a todas las posibilidades del humanismo y muy diferente a esos aires que pregona el nuevo Papa con sus cruzadas contra el relativismo y el laicismo.
Es todo lo contrario. Pero no me gustaría interpretarlo en esa clave, por comparación a eso. A mí, La flauta mágica me gusta porque descubre nuevos caminos y por sus momentos mágicos, que me fascinan desde pequeño. Cuando tenía siete años o así, ya quería hacer música porque pensaba que era una manera de descifrar magia, de llevar a la gente a ese mundo. Los dilemas de Tamino, que se ve obligado a descubrir muchas incomprensiones, entrar en otra dimensión, un nuevo mundo visto entonces con los ojos de la masonería y que hoy trasciende todo eso, que no sólo se queda ahí a nuestra mirada.
Hoy, ¿para qué puede servir esta obra? ¿Como una reivindicación radical del humanismo?
Como lección en muchos aspectos. En estos tiempos existen tantas cosas que nacen como esencialmente buenas y que después destruye el hombre… Como contraposición a eso necesitamos a los genios; para construir en vez de aniquilar todo lo bueno que hay en nosotros. Para eso nos sirve la creación, para acercarnos a todos los límites sin caer en la locura, sin llegar a la autodestrucción. Debemos aprender de las grandes potencias en eso, que han construido enormes imperios para terminar devastándolos. Lo mismo Roma que España, que ahora…
Estados Unidos.
No, no es cosa de Estados Unidos, ni de Bush, ni nada de eso. Bush no deja de ser un borrico, pero yo hablo de algo más complejo, un sistema basado en una fuente de energía, por ejemplo, dependiente en su economía sólo del petróleo. ¿A eso qué seguirá? ¿Otro sistema dependiente del hidrógeno? ¿O vamos a aprender algo?
¿Qué?
Pues el respeto a nuestras culturas y las ajenas, por ejemplo. Fíjate en esta región (por la Emilia-Romagna). Anima. En Parma, solamente, existen siete teatros, contando el Farnesio, que es un auténtico museo. Y con el resto de ciudades contamos 32, donde haremos buena música, por cierto, antigua y barroca, con grupos pequeños.
¿Una vuelta a la sencillez después de haber conocido las grandes orquestas?
La música es siempre música, no la hay grande ni pequeña. También actuaré con la Filarmónica de Berlín, con la orquesta del Festival de Lucerna, con los que afrontaré el gran repertorio sinfónico. Creo que no debemos imponernos límites. Aquí quiero descubrir a Gesualdo, a Monteverdi, a los grandes iniciadores de los madrigales, que son la primera gran manifestación del amor y el sufrimiento en la música, del dolor humano. Lo vamos a hacer en el Festival Basilicata, para el que cuento con ese grupo cubano tan bueno, Ars Longa.
Un poco de todo. Una receta para cada estado de ánimo.
Los músicos somos afortunados. Tenemos la capacidad de amar la música y de hacerla sentir a otros, con lo que la situamos como una parte esencial de la vida de mucha gente. Aunque hay otros que no la dejan formar parte de sí mismos. No llego a entenderlo. Muchas veces me pregunto: ¿Cómo es posible que haya quienes puedan vivir sin música?
Sus hijos no son el caso. Con Daniele ha trabajado en esta 'Flauta mágica'. ¿Cómo les inculcó el amor a este arte?
Todos estudiaron música, pero no para dedicarse a ello. Han acabado en cosas diferentes y son los tres maravillosos, somos grandes amigos. En el caso de Daniele, sabía escuchar desde pequeño. Recuerdo que siendo muy pequeño, estábamos en vacaciones cerca de un lago y se sentaba callado en algún sitio apartado. Cuando le preguntabas qué hacía, respondía: "Escuchar las palabras del silencio". A mí me impresionaba. Era todo un filósofo, algo que después ha estudiado de mayor, porque cuando se formó con Giorgio Strehler para dedicarse al teatro, éste le recomendó que se formara intelectualmente para tener algo que contar, y fue lo que eligió estudiar, filosofía. Era lógico.
A usted, de joven, en cambio, le marcaron los grandes directores a los que pudo ver actuar desde muy temprano.
Sí, y cantar para ellos. Me metí en un coro para ver a algunos trabajar de cerca. Siempre he ido en busca de la belleza, por todas partes. Toscanini era el más grande, pero imprimía voluntad y disciplina como un auténtico dictador. Pero a mí el que más me marcó fue Furtwängler, por la tensión que contagiaba a los músicos desde el principio hasta el final. En cada nota existía para él un significado, y con eso armaba todo un discurso musical.
A Herbert von Karajan también lo pudo conocer bien.
Karajan tenía una cultura del sonido. Lo malo es que era igual para todo el repertorio, del siglo XVII al XIX.
Luego siguió la senda de ambos en su carrera al ser nombrado director titular de la Filarmónica de Berlín. ¿En qué cambió con usted?
Carrera es una palabra que no me gusta. Mi sueño ha sido siempre hacer música, sencillamente; lo demás, esos términos competitivos, nunca me ha gustado. Dicho esto, aclaro. Lo que yo me encontré en Berlín fue una orquesta dividida en luchas internas y tuve que restablecer la armonía. Se dejó a los músicos hacer repertorio de cámara, incorporamos a 80 jóvenes, cambió todo mucho, y ahora, cuando vuelvo, se alegran porque tenemos una relación cálida y humana.
¿Y qué aporta ahora Simon Rattle para ellos?
Simon es la persona adecuada para dirigir la Filarmónica de Berlín. Es muy abierto a todo, y una orquesta moderna debe serlo también.
Sigue con fuerza su rastro mahleriano, algo que para usted es casi una obsesión porque admite que quiso ser director de la Ópera de Viena por ocupar un puesto que él ocupó y, además, ha creado una orquesta con su nombre.
Más que una obsesión, un amor. Él fue el puente entre el romanticismo y la modernidad de la Escuela de Viena. Se convirtió en el centro de la Europa musical. Yo he tenido suerte por haber podido seguir ese camino, pero siempre he amado la música sin fronteras, lo mismo a Monteverdi, que a Bach, que a Bartók. Creo que es nuestro idioma universal. Una vez, alguien me dijo que cómo un italiano podía comprender tan bien a Bruckner, y me pareció un comentario racista.
Lenguaje universal, pero también en el que se pueden buscar intenciones políticas. Su decisión de formar músicos latinoamericanos en Venezuela y Cuba. ¿Es casual la elección de los dos países?
No diría tanto. Uno no es completamente libre al elegir ciertas cosas. Erich Kleiber ya iba a Cuba a hacer música. Allí hay pasión por la música, un amor auténtico. ¿Y de Venezuela? ¿Qué sabemos de Venezuela? Que es un país con petróleo y donde hay tráfico de drogas. Pues no sólo eso. También está allí José Antonio Abreu, y cuando conoces que ha dado la posibilidad a 240.000 jóvenes de que no caigan en la delincuencia o la prostitución, que no han acabado tirados en la calle gracias al trabajo de su organización porque tienen, entre otras cosas, la música, pues decides colaborar con algo así.
¿Cómo lo hace?
Para mí, lo más importante del proyecto es que socialmente es un ejemplo de reparto de posibilidades para todos y no para una élite. Yo colaboro con la orquesta, doy alguna clase y luego actuamos en algunos conciertos juntos. Los músicos provienen de todos los países de América Latina, desde México hasta la Patagonia; es un ejemplo de cómo perseguir el ideal de Bolívar. Verlos trabajar es maravilloso. Entienden la música como un juego, como una pasión.
O sea, que han echado por tierra su teoría de que los músicos latinos están obsesionados por convertirse en solistas y no saben trabajar en grupo, como decía de los italianos y los españoles.
Hoy eso está cambiando. No era justo ni era bueno. Claro que necesitamos grandes solistas, pero hay que ser consciente de que entre muchos sólo aparecerá uno de vez en cuando. Lo importante es que esos solistas quieran tocar dentro de una orquesta también, trabajar en grupo. Los latinos tienen una cultura individualista, pero cuando ves trabajar a estos jóvenes en Venezuela observas que saben hacerlo como si estuvieran en una cadena de montaje, todos juntos y bien compenetrados.
Lo de Cuba es lo que le habrá granjeado más enemigos.
Yo no puedo juzgar muy bien lo que pasa en Cuba. Sólo he aprendido allí que pueden ser felices con pocas cosas, que la felicidad puede estar en otros valores humanos y sociales más que en los materiales. La pobreza, por otro lado, se puede encontrar en todas partes. En Estados Unidos también, y nadie habla de ello y se creen todavía con autoridad de salvar el mundo. ¿Por qué no decir la verdad? ¿Por qué no hablar de la vigencia allí de la pena de muerte o de su obsesión bélica que ha destruido muchas culturas? Luego está esa historia absurda del embargo. Lo mantienen para la isla y abren una prisión como la de Guantánamo. Pero ¿por qué siempre tenemos que hablar de lo destructivo, y no de lo constructivo?
¿De Berlusconi, por ejemplo?
No es tan importante. Un país tan rico como Italia, con toda su cultura, aunque mal organizada, tiene que ser conocido por otras cosas.
Ya. Pero ¿por qué los músicos italianos, cada vez que se les pregunta por Berlusconi, se van por los cerros de Úbeda, como usted ahora?
Porque cuando alguien no merece la pena que se tome en consideración, cae solo. En España, igual. Ha ocurrido un gran cambio allí. Hoy, en la Orquesta Mahler tenemos grandes músicos españoles. Recuerdo cuando íbamos con mi padre a dar conciertos en los años cincuenta en aquellos trenes de la Renfe, que no es que llegaran con horas de retraso, llegaban con días de retraso. Cada país vive sus problemas, pero debemos fijarnos en lo grande, no en las pequeñeces ni en sus políticos. ¿A cuántos políticos conoce que no vayan a sacar tajada de todo lo que puedan?
Algo grande es, por ejemplo, cómo ha vencido usted su enfermedad.
¡Qué suerte he tenido! ¿No? He abierto los ojos. Puedo hacer estos proyectos en América Latina porque el médico me ha recomendado que pase tiempo en países cálidos, también. Ahora todo es acostumbrarse. Me han operado el estómago y me han explicado que lo que me queda del intestino, un trozo pequeño, debo cuidarlo como si fuera un niño. Todo lo valoro de otra forma ahora, lo miro con otros ojos, es terrible encerrarse. Hay que renovarse y buscar constantemente. Somos grandes ignorantes que debemos encontrar cosas para enriquecernos. Mis hijos me han ayudado mucho, y la música me ha salvado, es mi droga.
Por España, el país de sus orígenes, le echan de menos. Hace mucho que no va.
Estoy deseando volver. Claro. El año que viene daremos un concierto con la Joven Orquesta Mahler en Madrid. Y llevaremos también La flauta mágica, hay conversaciones para ir a Valencia, Granada y Sevilla.
De Sevilla proceden sus antepasados. ¿Qué fue de aquel Mohamed Abad?
Era nuestra rama española. Llegó a España hacia el año 1040 e impulsó la construcción del alcázar de Sevilla. Luego marchó a Toledo. Uno de sus hijos se rebeló contra él y acabó cortándole la cabeza, otro emigró a Marruecos y otro a Italia; de este último procedemos nosotros, y cada generación ha contado con un varón que ha ido legando el apellido. Mi madre era siciliana, y mi abuelo materno, profesor de derecho romano, fue una de las personas que más me han influido y abierto los ojos. Hablaba poco, estudiaba, trabajaba y tradujo unos evangelios del arameo que eran muy diferentes a los de la historia oficial y de los que nadie ha querido oír hablar. Así me enseñó que la historia cambia según quien vence, lo mismo que Amin Maalouf cuenta tan maravillosamente en sus libros, Las cruzadas vistas por los árabes o León, el africano, por ejemplo.
Por España, precisamente, acaba de pasar con un éxito enorme su amigo el pianista Maurizio Pollini, con quien usted agitaba con música las fábricas y el movimiento obrero en los años sesenta. ¿Para qué les sirvió aquello?
A Pollini le conozco muy bien. Desde que él tenía 10 o 12 años e íbamos a ver los montajes del Picollo Teatro de Milán, con Strehler, que fue tan importante para nuestra cultura, un gran genio del teatro. Maurizio es una persona muy abierta y me ha hecho descubrir cosas nuevas siempre, nuestra amistad es muy rica y muy sólida. Con él y con Luigi Nono dábamos conciertos para trabajadores en las fábricas y mezclábamos a Beethoven con música contemporánea de una manera muy natural, sin barreras. En aquella época sentíamos que cambiábamos las cosas, y ahora, si vemos cómo es esta región, por ejemplo, nos damos cuenta de que todo eso no ha sido en balde. Aquí no hay paro, contamos con las escuelas más avanzadas del país, Santiago Calatrava va a construir una estación para el tren de alta velocidad maravillosa. ¿Por qué ocurre todo eso aquí? No creo que sea casual.
A su manera ejercieron un liderazgo de conciencia. Como director de orquesta tendrá toda una teoría de cómo debe ser el liderazgo.
¿Qué quiere decir liderazgo? ¿Mandar? ¿Dirigir? Lo importante para llevar una orquesta se puede aplicar a la vida: lo fundamental es que todos se escuchen entre sí. Igual que en la vida. Si todos hablamos a la vez, no llegamos a ninguna parte, pero si nos escuchamos…
 by La Repubblica
Claudio Abbado dirige al Festival di Lucerne by La Repubblica
Abbado con Chung Myung-Whun by La Repubblica

 by Ansa
 Claudio Abbado con Giorgio Strehler durante le prove al Teatro alla Scala a Milano
 by  La Repubblica
 Claudio Abbado con Margherita Boniver by La Repubblica
 Claudio Abbado con un gruppo di giovani durante le prove con la scuola di Fiesole by La Repubblica
 by La Repubblica
 by Giacominofoto

by Giacominofoto

El humanismo más allá de la música

Tiene la actual edición del Festival de Lucerna como lema la palabraFreiheit (libertad), y a explorar las relaciones entre música y libertad dedica una buena parte de sus conciertos, de forma más o menos evidente como en Fidelio, de Beethoven (con Barenboim), el Canto de los prisioneros, de Dallapiccola, Il canto sospeso, de Nono, la ópera de niños Brundibár, de Hans Krása, o las sesiones de freejazz, hasta planteamientos más sutiles en los que intervienen en primer plano artistas para los que la libertad ha sido uno de los motores de sus trayectorias musicales. Es el caso de los Abbado y Pollini y, cómo no, de una orquesta que se ha creado desde la solidaridad sentando en sus atriles, al lado de jóvenes de medio mundo, a solistas de postín que han bajado a un trabajo de base con una postura admirable de humildad.
Ya la calle era una manifestación. Hasta la estación de ferrocarril llegaban las personas con carteles reclamando una entrada sobrante. Vana esperanza. Desde los primeros compases del allegro moderato se apoderó de la atmósfera una extraña sensación de serenidad. Ni siquiera el perfeccionismo de la ejecución era un factor dominante. Al fin y al cabo, esa búsqueda de la perfección es un punto de partida necesario, pero nada más. La música volaba en un deseo de compartir su carácter efímero y se asentaba en un humanismo moderno desde su poso histórico. Ni el pianista ni la orquesta se decantaban por el más mínimo exhibicionismo, como si la madurez interpretativa fuese un asunto cotidiano. Y eran precisamente los aspectos reflexivos, dolientes, sosegados, los que se metían hasta el último poro y continuaban en la memoria horas después en un intento inútil y desasosegante de retener la belleza del tiempo. Inolvidable.Abbado y Pollini tienen mucha historia en común a sus espaldas. Y ahora que están en la cumbre de sus trayectorias artísticas no está de más recordar su compromiso en la popularización de la música con conciertos en fábricas y charlas divulgativas en la Emilia Romagna, cuando el comunismo suponía en Italia la esperanza de un mundo mejor y más igualitario. No olvidan su pasado los dos músicos milaneses y, con bastante frecuencia, se comprometen todavía con causas humanistas que van más allá de la música. Son amigos, además. Desde estas perspectivas, un concierto para piano y orquesta como el cuarto, de Beethoven, adquiere un sentido especial, de un signo diferente a cuando lo hicieron con el acompañamiento de la Filarmónica de Berlín hace unos años. Beethoven representa por otra parte un exponente de la cultura de un cambio de siglo. Como Mahler 100 años después. La búsqueda de otra concepción estética -y ética- determina en esta ocasión hasta la concepción del programa del concierto. Y en otro plano determina también la filosofía del Festival de Lucerna, que tiene este año a los dos italianos y a Boulez, dirigiendo la Academia de Música Contemporánea, como su trío fundamental de artistas.
La marcha fúnebre del comienzo de la Quinta, de Mahler, en un diálogo lúcido y cara a cara con la muerte, que se repetiría después en el célebre adagietto, indicaba con claridad la evolución de Abbado en la comprensión de esta obra, si se compara, pongamos por caso, con su lectura al frente de la Filarmónica de Berlín en el insólito festival Mahler de Amsterdam de 1975, en homenaje a Mengelberg. Los juegos de contrastes, la combinación de melodías populares y pasajes atormentados, los distintos niveles de la narración, en cierto modo novelística, de la sinfonía están ahora más en función de una profundidad interior sin ningún tipo de concesión a la brillantez del sonido por el sonido y a la pericia de la orquesta. Ésta toca maravillosamente, desde luego, con una cuerda cálida y densa, y con un viento en el que se lucieron los solistas de trompa y trompeta, pero, sobre todo, la sensación que transmite es la de compenetración total con el director en el concepto y en la forma de sacarlo a la luz. Más de 10 minutos permaneció el público en pie aclamando al maestro y a sus músicos, con lluvia de flores desde las galerías y una rosa entregada en mano por una espontánea a Abbado, que éste a su vez regaló a la veterana y excelente violonchelista Natalia Gutman, la cual había tocado con el entusiasmo de una dieciochoañera. Qué emocionante, de verdad.

La orquesta de los pobres

Es un milagro. 270.000 niños de las clases más humildes de Venezuela forman parte de un experimento musical que da sentido, futuro y educación a sus vidas. Los grandes directores del mundo, como Simon Rattle o Claudio Abbado, se han involucrado en un proyecto revolucionario que comenzó hace ya 32 años.

A veces, esa en apariencia insuperable distancia que existe entre la miseria y la salvación es cuestión de 50 centímetros. Los que mide un violín. Todos y cada uno de los 270.000 niños que integran el sistema de orquestas de Venezuela lo saben. Lo han visto, lo han oído, lo han vivido... El 85% de ellos pertenece a las clases más oprimidas de un país en el que la pobreza es una escena cotidiana con un 31,3% de la población debajo de su umbral, según datos del Banco Mundial y la ONU. Pero cada día la mayoría de estos muchachos agarran su instrumento y su entusiasmo y se dirigen a cualquiera de los 120 núcleos, de las escuelas desperdigadas en los barrios, en los pueblos, en la selva, donde aprenden a superarlo todo. Es allí donde su vida, dicen ellos mismos, cobra sentido.
 Claudio Abbado mentre dirige a Caracas l Orquesta de jovenes latinoamericanos formata da ragazzi tra i 15 e i 24 anni by  La  Repubblica
Que la música tiene la llave del progreso y de la vida, puede sonar a palabrería tan hueca como bienintencionada en ciertos ambientes. Pero cuando lo dice José Antonio Abreu, ese hombre visionario y revolucionario que decidió hace 32 años regenerar un continente por medio del trabajo cómplice y en equipo de las orquestas, es, sencilla y contundentemente, verdad. Él lo ha demostrado y hoy es el día en que sigue un tanto asombrado de su hazaña. Del milagro.
Empezó en un garaje con 25 atriles en febrero de 1975. Demasiados. Entonces le sobraron 14. Sólo 11 apóstoles estaban dispuestos a confiar en su sueño, 11 muchachos que hoy, ya más entrados en años, siguen a su lado en el alucinante sistema de enseñanza que han montado desde entonces y que no sólo se ha implantado en Venezuela, cuyo Gobierno lo apoyó al año siguiente de su creación, sino que se ha adoptado como método en 23 países más.
Hoy son batallones en todo el mundo los que saben que este hombre menudo, amable, austero y con la voluntad de los generales heroicos, tiene la clave, la llave, el enigma resuelto del futuro de la música. Lo saben sus seguidores y quienes integran el sistema. Lo saben los niños, los jóvenes y los ya profesionales que han salido de él y hoy integran las orquestas más prestigiosas del mundo. Y también lo han descubierto los grandes gurús vivos de la música occidental, desde Simon Rattle, director de la Filarmónica de Berlín, hasta Claudio Abbado, un mito en activo de la dirección de orquestas que pasa ahora cuatro meses al año junto a los chicos de Abreu traspasándoles su experiencia, su visión de la música, su sabiduría.
La última semana de julio ha sido ajetreada para todo el mundo. Hacía años que no se realizaba una selección nacional de niños y jóvenes para tocar en Caracas. Además, Rattle ha llegado al país con su esposa, la cantante Magdalena Kozená -que actuará con ellos-, para dirigir a la Sinfónica Simón Bolívar, el máximo escalafón artístico del sistema. Poco después de llegar acude a una demostración de la orquesta más virtuosa de uno de los núcleos punteros, el de Montalbán, en Caracas, que cuenta con tres formaciones. Le interpretan en su honor el cuarto movimiento de la Primera sinfonía de Mahler, la Titán, que ha dirigido Ulyses Ascanio, uno de los 11 pioneros del sistema. El maestro Abreu acompaña a Rattle, que aplaude entusiasmado y besa, abraza y felicita a los muchachos. "¡Viva la música!", les dice en español al final. "¡Seguid así!". Ellos le han recibido en pie. Saben perfectamente quién es, lo veneran. Por si fuera poco, Abreu se lo recuerda: "Para estos niños, hoy es uno de los días más importantes en sus vidas", asegura ante los asistentes, "el mejor director del mundo ha venido a escucharles".
Luego, en su más que austera oficina del teatro Teresa Carreño de Caracas, ante un vaso generoso de Coca-Cola light, lo comenta y da la clave de su proyecto. "Éste no es un programa musical, es un programa social". Lo bueno es que a través de esa revolución silenciosa pero tremendamente armónica, de esa transformación y vuelco de las verdades sacrosantas establecidas en lo que se refiere a la música, de esa bofetada que Abreu le ha propinado a las mentes más resignadas, escépticas y pesimistas, "el maestro", como le llama todo el mundo, ha demostrado que con su sistema explota el talento de manera natural.
"Cuando a un niño que vive en un barrio rodeado de miseria le entregas un instrumento, le estás dando un arma", asegura Abreu. "Es lo único que tiene, lo que le va a permitir abrirse paso, y se aferra a él como un náufrago. Es su tabla de salvación". Por eso ensayan tres, cuatro horas diarias. Por eso y porque sus vidas adquieren repentinamente un sentido profundo. "Un sentido que se contagia a sus familias y también a la comunidad. Con lo que hace, el niño adquiere su propia identidad. Lo peor de la pobreza no es carecer de nada: es no ser nadie. En la orquesta son alguien. ¿Tú sabes lo que para un niño de éstos representa que Rattle lo abrace, le felicite? Es lo máximo".
Todo surgió por rebeldía. Rebeldía contra la pobreza, contra la educación musical elitista y caduca que busca solistas perfectos y crea, en su mayoría, fracasos y frustraciones. Otra de las claves, según Rattle, es precisamente la desinhibición: "Cuando algo les sale mal, no pasa nada. Lo repiten y saben que lo mejorarán. No tienen sentido de culpa", asegura el director británico en el documental Tocar y luchar, el lema de Abreu y el sistema.
Eso y muchas otras cosas son lo asombroso de un método que quieren aprender profesores italianos, alemanes, japoneses, españoles, canadienses o estadounidenses que acuden a Venezuela como a la llamada del profeta para copiar lo que allí se hace. Una fórmula en la que impera el sentido común, el contagio. Tanto como lo demuestra Abbado en el mismo documental cuando sencillamente proclama: "No sé cómo esto no se nos había ocurrido antes". El director italiano descubrió la capacidad de las orquestas de Venezuela por casualidad: "Vino a dar un concierto y cuando se dirigía a una rueda de prensa entró en un ensayo. Estuvo llorando todo el tiempo y al salir dijo: 'Yo he venido a hablar de mi orquesta, pero de lo que se debe enterar el mundo es de lo que tienen ustedes aquí", relata Abreu.
A partir de entonces, Abbado, como anteriormente había hecho Giuseppe Sinopoli, se enroló en sus filas. Encontraba en el proyecto una auténtica vocación de educación insólita. "Lo novedoso de este proyecto es la inclusión de todos". Sólo se pide la partida de nacimiento. "Todo el que quiere entrar tiene un hueco. Con sólo pedirlo, vale". Eso fue fundamental para toda la gente sin recursos. "Se les había negado el acceso a la educación cultural, a la formación artística y a la sensibilidad, que no tiene nada que ver con la intelectual y que es tan importante como ésta". Abreu se propuso abrir esa puerta y sabía que así podría lograr su sueño inicial: "Por lo menos una orquesta en cada ciudad, en cada localidad. ¿Se imagina lo que es eso? La armonía de todo un pueblo", dice.
Pero esa profunda revolución no era cosa de individuos. Sobre todo debía ser objetivo de grupos. He ahí otra clave del sistema. En vez de fomentarse el esfuerzo en solitario se apuesta por lo colectivo. Justo lo contrario a lo que ocurre en el resto del mundo y sobre todo en los conservatorios europeos, la cuna de la música occidental. "Al poco tiempo de ingresar en el sistema, el niño ya está tocando en una orquesta", asegura Abreu.
La prueba es la concentración de niños y jóvenes que forman la orquesta infantil y juvenil este año. Nada menos que 339 han sido seleccionados por todo el país para tocar juntos en Caracas. Rubén Darío Cova se ha encargado de las pruebas y los dirige en sus ensayos diarios, que comienzan a la ocho de la mañana y pueden terminar más allá de las doce de la noche. Acaban sin aliento, con apenas fuerzas para subir a las habitaciones y meterse en la cama después de perfeccionar Los planetas, de Holst, o El cascanueces y la Cuarta sinfonía, de Chaikovski.
Darío Cova ha elegido a quienes han demostrado estar más preparados en 4.810 audiciones a lo largo y ancho de todo el país. Luego es el encargado de dirigir el trabajo en la concentración de este verano junto a 30 profesores más. Sabe dominarlos, buscarles las cosquillas para que den lo mejor de sí. Es sorprendente observar cómo responden. "Son chicos acostumbrados a la disciplina. Tienen pasión, deseo de superación, compromiso, orgullo", proclama. Con esas características es más fácil controlar un grupo de 339 personas entre los siete y los 16 años, templar toda la energía que despiden y encauzarla en la música. Pero lo logran, y observarlos resulta fascinante, se mueven entre las banquetas y los atriles con un ritmo contagioso.
Algunos buscan respiro, como María Victoria Chirinos Varela, de siete años, la más pequeña del grupo. Se abraza al violín en el asiento y se sorprende cuando le preguntan si es aconsejable para dominar su instrumento no llegar a tocar el suelo con los pies, como ella. "No", responde, "cuando se alcanza el piso, también puedes tocar". No sabe quién es Chaikovski, pero sí conoce su música. En cambio ha oído hablar de Mozart: "Era un señor muy alocado, de pura risa, que murió con 36 años", cuenta.
María Victoria quiere ser violinista, de hecho mira sorprendida a su interlocutor cuando le pregunta qué desea ser de mayor. Les pasa a las decenas de chavales a quienes se demanda lo mismo. Si no músicos, aspiran siempre a algo de enjundia: jueces, profesores, médicos. En una palabra, saben que les espera un futuro. Como María Verónica Betancourt, de 10 años, la arpista de la selección de este año. "De mayor tocaré el arpa o estudiaré idiomas. Me encantaría aprender inglés, italiano, argentino y mexicano", asegura con inocencia.
A Paola Chistori, con 10 años, de padre carpintero, le costaba aguantar la trompeta. Aún hoy sorprende que lo consiga con esos brazos que tiene, como fideos. Pero el entrenamiento al que le sometió su maestro, Rafael Elster, responsable del núcleo de Sarría, uno de los barrios más conflictivos de Caracas, dio resultado: "Me obligó a levantar cada día durante un tiempo dos sacos llenos de harina", cuenta Paola. Ella chorreaba talento, y Elster, que es trompetista, enseguida se dio cuenta. Dos años después, Paola está en la selección infantil y juvenil.
Ha llegado allí desde un barrio donde los callejones no tienen nombre y los ranchos -las viviendas marginales- se ganan cada metro entre ladrillo, tejavana, cemento, piedras y un hueco para las antenas parabólicas en una de las laderas plagadas de chabolas rojizas que rodean la capital. En una ciudad asolada por la inseguridad, donde se producen más de 100 asesinatos a la semana -que el Gobierno de Chávez niega con la cerrazón del populista charlatán que engaña a sabiendas-, el sonido de la música de estos niños es un principio de esperanza que no ha cesado.
La seguridad es uno de los alicientes para los padres. Los niños están superprotegidos en los núcleos. A muchos se les lleva directamente a sus casas cuando terminan el trabajo, como comentan John Yánez o Jegriker Anato, de 16 y 17 años, integrantes de los coros cuyo lema cambia: "El nuestro es 'cantar y luchar", apuntan. Seguridad y comida: "Cantar, luchar y comer", agrega Gregory Cedeño, que de no conseguir una carrera como cantante, se hará cocinero. "Nos dan cosas muy ricas. Entré en el sistema con 69 kilos, ahora peso 81".
En Sarría, los chavales cargan con su instrumento y un pack con sándwich, fruta y chocolatinas. Rafael Elster, su responsable, es todo un personaje entregado al sistema. Él iba para trompetista de élite. De hecho estudió en la prestigiosa Juillard School, de Nueva York, y formó parte de alguna renombrada orquesta. "Al poco tiempo de estar allí, casi sin hablarme con nadie, en un clima de competencia feroz, me pregunté: '¿Qué hago yo aquí?'. Estoy malgastando mi vida. Y me vine a enseñar", asegura. "En una orquesta sabes lo que puedes aportar, pero yo aquí he aportado 10 veces más. He sacado muchísimo más partido a mi vida que como músico profesional", confiesa. Aquella manía por la perfección, por el sello, por el sonido único... "¿A quién le importa eso? A los pocos que van a verte, te aplauden y se marchan a sus casas. ¿Qué sentido tiene?". Elster ha encontrado en este modo de vida, integrado hasta los huesos en un barrio marginal, con niños a los que ha tenido que comprar zapatos para que fueran a la escuela, su sentido, su vida, porque no tiene otra. "Estoy casado, mi mujer es cantante, pero vive en Estados Unidos. No tenemos tiempo para la vida familiar", afirma.
La solución de muchos es casarse entre ellos. Ocurre con frecuencia, así que el sistema es tremendamente endogámico. Está muy inspirado en otras experiencias educativas que Abreu admira, como la Institución Libre de Enseñanza, una organización que en Venezuela tuvo su predicamento después del exilio español, porque fue donde llegaron familias republicanas como los Azcárate.
Lo que ocurre es que dentro del país se ha convertido en algo intocable. Todos los Gobiernos lo han apoyado sin fisuras. Proporcionan instrumentos, locales, infraestructura. Para Hugo Chávez, el sistema de orquestas ha sido un auténtico caramelo que no se ha atrevido a tocar. Y en la sociedad civil, Abreu, ministro de Cultura con Carlos Andrés Pérez, es un símbolo. Su influencia es casi incuestionable. Lo que pide se le da. Cada niño enfermo es atendido sin problemas en los mejores hospitales, por ejemplo. Sus colaboradores hablan de Abreu como una especie de santo. Le colocan en la escala de un Gandhi o un Mandela. Le veneran y le obedecen ciegamente.
Como Susan Simán, directora del centro de Montalbán, que actualmente cuenta con 1.100 niños. Es una de las escuelas punteras del sistema. Allí trabaja el padre de Gustavo Dudamel, una de las joyas de la Venezuela musical: director de orquesta superdotado, según Rattle y Abbado, recién nombrado titular de la Sinfónica de Los Ángeles con 26 años. "Admitimos a niños desde los dos años", asegura Susan Simán. "Nuestro cometido es enseñarles desde que entran a llegar a tocar la Quinta de Beethoven", dice. En los primeros ensayos hay que concentrarse en cosas extramusicales: "Se nos oye más pedirles que no se chupen el dedo o no se rasquen el pañal que otras indicaciones", afirma Simán. Los primeros instrumentos son maquetas. "Formas modeladas de madera que ellos pintan y ponen nombre. Cuando les llega el instrumento real, es muy emocionante". Así hasta formar músicos de raza. Tanto que Montalbán, según Susan Simán, "se ha convertido en algo así como una sala de partos para orquestas".
Otro de los lugares emblemáticos del sistema se encuentra en Barquisimeto, en el Estado de Lara, donde nació el tenor Aquiles Machado. Su escuela es todo un símbolo porque allí se logró romper una barrera más que ha mostrado a sus responsables que la música no conoce límites. Que son las personas quienes los imponen hasta que algunos visionarios los hacen desaparecer. Es el caso de Naybeth García y Johnny Gómez, un matrimonio del sistema, fundadores del coro Manos Blancas, formado por un grupo de niños sordos que logran interpretar música. Sí, interpretar música, ha leído usted bien.
A nadie se le había ocurrido de no ser porque un día apareció por allí una niña que iba a colocarles en un brete. "Se llama Estefanía Colmenares y es sorda", asegura Naybeth García. Un buen día entró en la escuela y por señas dijo que quería aprender. La primera reacción fue contundente: "No puedes, mi amor, pero quédate en la escuela si lo deseas". Estefanía se decidió a intentarlo porque quería pasarlo tan bien como su prima, que estaba en la orquesta. Al poco tiempo, los profesores se dieron cuenta de que Estefanía respondía a impulsos singulares y sobre todo que esas señales, cualesquiera que fueran, le hacían disfrutar.
Era feliz. Así que se propusieron ver hasta dónde era capaz de llegar. Hoy esa niña es la pionera de un coro que actúa regularmente por toda Venezuela demostrando que hay pocas cosas imposibles. Su actuación es tan sencilla como emocionante: a su lado, niños con voz cantan. Ellos mueven las manos y traducen a su lenguaje lo que suena al tiempo, en una comunión de ritmo y expresión increíble.
Poco a poco, Barquisimeto se convirtió en un centro puntero de educación especial, y el conservatorio de la ciudad, en el que Johnny Gómez no fue admitido como alumno en su día, es hoy liderado por él. Allí aprenden niños sordos, ciegos, con deficiencias físicas, mentales. Es alucinante, por ejemplo, escuchar sus ensambles de percusión con sordos. O contemplar al grupo Lara Somos, con algunos componentes ciegos y con principios de autismo.
Los invidentes aprenden muy rápido, poseen una ultrasensibilidad sonora. Tanto que los niños normales, más atrasados que ellos en la música, quieren saber su secreto. "Creen que la clave está en esos papeles que ellos tocan y nos piden aprender Braille porque creen que avanzarán mucho más", comenta Gómez. Con todas estas experiencias, los profesores han llegado a una conclusión crucial para enseñar: "Que las discapacidades pueden ser intelectuales y sensoriales, pero nunca emocionales, que es lo principal para aprender música", explica Johnny Gómez: "El alma no tiene discapacidad".
Hay muchos niños sin discapacidad que les han pedido estar dentro del coro de Manos Blancas. Eso supone un curioso y alentador reverso de la integración. "Por supuesto, lo permitimos. Lo hacen de forma voluntaria", cuenta Naybeth García. La voluntad de integración social no se olvida en Barquisimeto. En el concierto de final de curso se palpa ese orgullo de las familias. Ha sido un éxito con bises en el que se ha mezclado como lo más natural la música tradicional popular venezolana con el barroco de Vivaldi, por ejemplo.
Toda la familia de Maybir Rosendo ha ido a escuchar a la niña, que ha cantado vestida como una princesa de cuento. Sus dos abuelas, que han llegado a verla desde el campo, donde viven, la miran con un orgullo indescriptible, como sus padres y sus tías. Una de ellas hasta llora de emoción. Maybir adora ser cantante y ya va a Caracas a estudiar un sábado cada 15 días. En Barquisimeto también toca la trompeta y ensaya con el coro. De mayor le gustaría ser juez: "Para arreglar las cosas que no me gustan".
A Alejandro y a Elías Múgica López también han ido a verles. Su padre, que se gana la vida como mariachi en bodas, bautizos y cumpleaños, les nota talento. Son de Agua Salada y en casa montan sus ensayos los tres. "Hacen su grupito, la música le da alegría a la casa", afirma su madre. Allí, Elías, el más pequeño, con siete años, tiene montado también una especie de zoo: "Quiero ser veterinario de mayor. Tengo una tortuga, un loro y a mi perro Maylo".
Tras el jolgorio y las felicitaciones, los intérpretes se han ido a sus casas y los profesores explican el milagro del coro de las Manos Blancas a profesores y músicos italianos y españoles que han acudido al evento y lo han vivido con los ojos a cuadros. Es otra de las hazañas de Abreu y sus colaboradores, una de las más rompedoras. "Cuando empezamos, muchos de nuestros amigos pensaban que estábamos locos, éramos unos blasfemos para el sistema de educación musical", dice el maestro. Ahora, 32 años después de haber empezado a prender aquella mecha inicial que ha terminado en toda una explosión musical, está a punto de lograr otro de sus sueños. "Estoy seguro de que España y Portugal se unirán a él. Es la creación de la primera Orquesta Sinfónica Iberoamericana". A fe que su lucha por hermanar y desarrollar a los pueblos a través de la música no terminará ahí. Romperá muchas más barreras.

"Me llamo Claudio, no maestro"

Claudio Abbado_ERICH AUERBACH (GETTY IMAGES)
Claudio Abbado_JEREMY FLETCHER (REDFERNS)
En las dos vidas de Claudio Abbado han existido pasiones contrapuestas en términos biológicos. No es que él, todo un amante de la botánica y las plantas, quisiera llevarle la contraria a la madre naturaleza. Pero lo cierto es que cuando era un joven aspirante a director, revolucionario y contestatario, dispuesto para cambiar el mundo y con dotes excepcionales para la música, vivía seducido por la maestría de los más viejos. Espiaba siempre que podía, colándose furtivamente en los ensayos, a Toscanini, "que insultaba a los músicos", comenta; a Bruno Walter, "que despedía una calma seráfica"; o a Wilhelm Furtwängler, "que no hablaba casi pero que fue de quien más aprendí", asegura en declaraciones a EL PAÍS.
Ahora que ya ha trotado suficiente, que incluso ha resucitado después de un cáncer que le mantuvo al borde del precipicio; ahora a sus 75 años, en una segunda etapa plena de su vida, vuelve a disfrutar con su trabajo, sobre todo entre los jóvenes. Así lo ha demostrado esta semana en Madrid, donde ha triunfado dirigiendo Fidelio, de Beethoven, en el Teatro Real y un último concierto ayer junto a la Mahler Chamber Orchestra, poblada de talento fresco y explosivo.
Hubo un tiempo traumático y doloroso en el que esos dos caminos se le atravesaron frente a un abismo como el de la muerte. Pero Abbado venció al destino. Nadie creyó que lo contara, más después de haberle escuchado despedirse con un estremecedor Requiem de Verdi en la Pascua de Salzburgo en 2002. Aun así, se produjo el milagro. Se curó de una enfermedad que le dejó consumido y exhausto, con algunas operaciones quirúrgicas extremas que ahora le obligan a guardar un estricto régimen vital y alimenticio.
Pero quien tuviera la oportunidad de escuchar estos días la energía que exprimía de sus músicos, con un sonido afilado, agudísimo y certero, ha podido comprobar que este músico milanés que ya es leyenda, el líder de una generación que dio un nuevo y sano aire a la dirección de orquesta, se ha convertido en una fuerza renovada de la naturaleza. "Me he encontrado muy bien, muy a gusto en Madrid. Éste es un teatro muy profesional y hemos pensado ya grandes proyectos para el futuro. Estamos planeando cosas maravillosas", asegura Abbado, con los ojos encendidos por la ilusión.
Son proyectos de calado, que no únicamente se ciñen a contratos esporádicos por alguna ópera o algunos conciertos. Él lo explica. "Quiero que se desarrollen en Madrid y en Sevilla. Serán las dos ciudades donde la Joven Orquesta Mahler y la Joven Orquesta Mozart harán residencias cada año", asegura. Es decir, un proyecto continuado y comprometido de formación de nuevos músicos equivalente al que Abbado mismo tiene en Lucerna (Suiza). O algo parecido al que realiza junto a José Antonio Abreu en el sistema de orquestas de Venezuela, con el que lleva algunos años de colaboración intensa.
Se encargará de trabajar a fondo con ellos, de ensayar minuciosamente y luego mostrar los resultados en público, con actuaciones. "Me interesa organizar el trabajo como si se tratara de grupos de cámara. Los músicos, sobre todo los más jóvenes, deben aprender a escucharse entre sí, su trabajo debe ser un diálogo". No en vano, él que es un gran admirador de Elías Canetti, recuerda al escritor de raíces sefardíes para llamar la atención sobre lo importante que es la escucha. "Canetti dijo una vez: 'He encontrado alguien que me ha escuchado y me he emocionado".
El propio Abbado no es hombre de palabrería, ni de grandes declaraciones. Sus respuestas son cortas y declina hablar en público. No ha querido hacer ni ruedas de prensa ni anuncios grandilocuentes de futuros proyectos. Es un tímido amable, a quien le gusta sonreír a menudo, observar, mirar, navegar en su barco por Cerdeña y perderse entre las plantas de su huerto en el retiro de su isla: "Me relaja. Cuando trabajo o estudio demasiado en casa, me refugio después entre mis flores para pensar en la música".
En sus días por Madrid ha paseado por el Jardín Botánico. Pero también se ha rendido ante Goya: "Las pinturas negras, los caprichos, los desastres de la guerra, me han conmocionado", afirma. En el pintor aragonés, en quien ha descubierto una cara violenta y escalofriante alejada de sus retratos más amables, ha encontrado un gran complemento a su ciclo dedicado a Beethoven, con el Fidelio como mayor atractivo. Una ópera con referencias españolas que explora a fondo el anhelo de libertad. Él no la había interpretado nunca, pero deseaba hacerla desde siempre. "Como Boris Godunov o Tristán e Isolda, son obras que me han fascinado continuamente. Lo mejor en el caso de Fidelio es abordarlo sin prisa, con humildad, modestamente. Así descubres que es una partitura revolucionaria, moderna, la primera gran ópera dramática después de las aportaciones de Mozart y Haydn".
Según Abbado, Schubert adoraba Fidelio. A él le ocurre lo mismo con ese mismo compositor, extremadamente sensible, a quien cree que se le ha despreciado un poco. "Schubert refleja como nadie la tristeza interior. Siempre me han interesado mucho los compositores que mueren jóvenes, como él o como Mozart y Pergolesi. Nos dieron tantas lecciones y tan maduras antes de irse a la tumba que me resulta misterioso. No sé de dónde les llegaba tanto poder creativo. El grado de sabiduría musical y la profundidad que consiguen no es corriente, es excepcional".
Su pelea con la muerte le hizo ser consciente de que le convenía cambiar de vida. A seguir haciendo música intensamente no quiso renunciar. Pero sí a hacerlo de otra manera. Alejado de los grandes escenarios en los que Abbado siempre triunfó. Regresó escéptico frente a la gloria. Más dispuesto a arrimar el hombro en la formación de futuras generaciones y lejos de las tentaciones suculentas, ha decidido hacer sólo lo que le place. Dedicarse al trabajo en lugares pequeños donde es más necesario el compromiso que los altos cachés. "Al fin y al cabo, no es nuevo. Siempre he hecho lo que he querido hacer", aclara.
Pero la presión era distinta. Atrás quedaron sus años en la Scala de Milán o en la Ópera de Viena y sobre todo en la Filarmónica de Berlín, donde sustituyó a Herbert von Karajan entre 1989 y 2002. Para los músicos, aquello fue cambiar de la noche al día. Regresar de una era dictatorial donde lo único que importaba era el culto a la personalidad del director a una relación abierta y participativa con otro personaje radicalmente distinto. "A mí Karajan me trató siempre con mucho respeto, fue muy gentil y era un gran músico, sobre todo con compositores como Richard Strauss", recuerda.
Pero los miembros de la orquesta sí que notaron el cambio. "Mi puerta estaba siempre abierta y se sorprendían cuando les decía: 'No me llamo maestro, me llamo Claudio". Fue seduciéndoles con un método infalible. "Alenté que las grandes decisiones salieran de ellos, yo no les impuse nada, aunque también es verdad que no acordaban nada que a mí me desagradara", dice, con cierta sorna misteriosa.
Así se obró toda una revolución en la orquesta más prestigiosa del mundo. Con una nueva y desconocida diplomacia. Justo lo que no ocurría en el podio que Abbado dejó para irse a Berlín. La Scala pasó a tiempos más rígidos con quien le sustituyó: Riccardo Muti. Éste impuso un régimen de hierro, a la antigua usanza, en el teatro milanés que acabó pagando con los años, enfrentado él solo con toda la orquesta. Su rivalidad ha sido una de esas historias azuzada constantemente entre el público y los medios italianos. "Cosas de la prensa", dice Abbado. Pero lo sorprendente ahora es lo anunciado hace apenas un mes en el diario La Repubblica. Una paz más que constructiva y una futura colaboración entre las orquestas que dirigen hoy ambos.
Abbado quita hierro al asunto. Su elegancia milanesa hace que jamás salga de su boca un ataque contra sus colegas. "Riccardo y yo siempre hemos tenido una buena relación. Ahora vamos a colaborar. Nos juntaremos la Orquesta Mozart con su Orquesta Cherubini para hacer el Te deum de Berlioz en Bolonia", anuncia el músico.
Precisamente Bolonia es una de las ciudades donde tiene sede y residencia su Orquesta Mozart. El director pretende crear un triángulo entre la ciudad italiana con Madrid y Sevilla, construir un gran puente entre las tres sedes. La obsesión de Abbado con la capital andaluza es ancestral. "Mis antepasados eran árabes andaluces que se encargaron de la construcción de los Alcázares. Siempre me ha fascinado esa ciudad". No cree en la reencarnación, pero sí en ciertas conexiones profundas con el pasado, aunque sean remotas: "Hay un fluido, una llamada que me conecta con todo aquello". Las huellas que han dejado en él sus antepasados son profundas. De su abuelo materno recuerda la iluminación intelectual. "Era un profesor de Derecho Romano fascinante, traductor de lenguas antiguas también. Llegó a traducir el Evangelio por sí mismo y encontró en las fuentes más directas cosas que no se habían dicho nunca".
Junto a su padre, también músico, con quien estudió piano lo mismo que hizo con Carlo Maria Giulini, recorrió Europa como los cómicos de la legua. Incluso la España franquista, con unos retrasos en los trenes proverbiales. "¡De 24 horas!", recuerda. "Pero veo ahora este país, en plena democracia, con Zapatero, y me parece admirable. Mientras en Italia nos tiramos los trastos a la cabeza, aquí crecen".
No es sólo en Europa donde la música de Abbado forja su compromiso. En Italia, además de Bolonia, prepara óperas en Reggio Emilia y aborda la música antigua y barroca con el Festival Gesualdo: "Lleva el nombre de un compositor que fue un claro antecedente de todo lo que supuso Monteverdi en la ópera". En Suiza, cada verano, acude al Festival de Lucerna, donde se hace cargo de la orquesta y se centra muchísimo en su pasión por Mahler. Pero es en Venezuela donde Abbado desarrolla una labor apasionada con el proyecto de Abreu. "Ese hombre es un santo. Lo que ha conseguido no es normal". De la dedicación y la lucha de este músico venezolano ha prendido una de las experiencias más fascinantes en la música universal de los últimos 30 años. Un sistema de orquestas infantiles y con jóvenes de familias humildes a la que hay apuntados 280.000 estudiantes. "Aquello es un oasis, un paraíso. Es único. Tenemos mucho que aprender de ellos, nos han dado una lección para la educación musical".
Se conocieron en Cuba, donde Abbado también ha ido a dirigir a músicos jóvenes. Su compromiso con la izquierda ha sido siempre inequívoco en los gestos, desde que en los años sesenta se dedicara a dar conciertos en barrios obreros y en fábricas con el gran pianista Maurizio Pollini. Pero no le gusta mezclar la política con la música. "Para mí, hacer mi trabajo en lugares como Venezuela o Cuba es una cuestión cultural, no tiene que ver con nada más", comenta. En su caso sobran las palabras. Sabe como nadie que la música se basta por sí misma como un arma cargada y afilada para cambiar conciencias.
Claudio Abbado Murizio Pollini_MICHAEL GOTTSCHALK (AFP)

Abbado: «La Novena de Mahler es un puente a la música moderna»

El director italiano, que dirige en Madrid a la Orquesta de Lucerna, recibió ayer la Medalla de Oro del Círculo de Bellas Artes

«Gracias por llamarme Maestro pero para los músicos soy Claudio», afirmaba ayer el director de orquesta Claudio Abbado (Milán, 1933) tras recibir la Medalla de Oro del Círculo de Bellas Artes de manos de su presidente, Miguel Hernández-León. Un premio con el que la institución madrileña quiso reconocer a quien «renovó la dirección y a una generación de músicos»; a un agitador cultural, «que ha abierto la música a otros públicos», y a un hombre «valiente y lúcido en sus propuestas, comprometido en especial con los jóvenes». Pero sobre todo, la medalla es un premio a «un músico apasionado». Una pasión que ha sabido transmitir desde el foso de la Scala de Milán, en el podio de la Filarmónica de Berlín o desde los atriles de las jóvenes orquestas que ha fundado, como la Mahler o la del Festival de Lucerna; o también aquellas que ha apoyado con fervoroso entusiasmo, como la Orquesta Juvenil Simón Bolivar de Abreu. «No hago distinción entre jóvenes y menos jóvenes. Todos deben tocar con la misma pasión y amor, no hacen falta más explicaciones a la hora de enseñar a hacer música», sostiene.
Abbado, de figura frágil pero de espíritu fuerte e intenso —lo saben aquellos que han trabajado con él—, no puede ocultar su extrema timidez. Algo intimidado, se refugió ayer en unas breves palabras de agradecimiento por el premio y hacia España, país por el que siente un entrañable cariño hasta el punto de reinventar el origen de su apellido. «Me gusta decir que viene de la palabra Abad, y que procede de Sevilla».
Incapaz de hablar de sus logros, lo hacen por él sus discípulos españoles que forman parte de la Orquesta del Festival de Lucerna, —«cuando empecé hace años no había tantos, ahora ha subido mucho el nivel», se congratula—. Unos jóvenes que han compartido «la magia de la música» con el director italiano. Ése es el caso de la flautista Julia Gallego, que coincidió con Abbado en 1998, en la Gustav Mahler, «e hice una gira con ellos por Venezuela, Cuba, Tanglewood. Fue mágico. Cambió mi vida». Para Lucas Macías, oboe, este encuentro de ahora en Madrid resulta muy especial pues interpretará la misma partitura con la que se inició con Abbado en 2004. ¿El secreto de Abbado? «Su carácter y su temperamento. Con pocas palabras es capaz de que alcancemos el máximo nivel. Nos ofrece la oportunidad de disfrutar al cien por cien de la música...». Si para José Puchades, viola, ha supuesto «una inspiración», al trompa José Vicente Castelló le ha hecho entender la música «como una forma de vida. El Maestro —perdón, a mí siempre se me escapa— nos hace fácil que saquemos de cada uno de nosotros el máximo para lograr que la música alcance toda su dimensión». ¿El objetivo de Abbado? Que una orquesta de 120 músicos suene como un cuarteto, donde todos los músicos «toquen juntos».
Ayer, el mejor regalo para Abbado fue la música, un breve concierto en el que varios de los jóvenes españoles interpretaron el primer movimiento del Trío para piano, oboe y trompa, de Reinecke. La proxima cita con Abbado será el domingo y el lunes, dentro del ciclo Ibermúsica. Dirigirá a la Orquesta del Festival de Lucerna en la «Novena sinfonía» de Mahler», partitura que representa «un puente a la música moderna. La última época de Mahler era más moderna que las primeras obras de Schoenberg. Es un paso a la modernidad», declaraba a ABC. Por último, una pequeña recomendación para los que asistan a sus conciertos, no aplaudan inmediatamente, sostengan la respiración al final de la interpretación y dejen que Mahler se funda con el silencio. Entonces Abbado culminará el milagro de la música.
by SUSANA GAVIÑA

Claudio Abbado, il ragazzo di Berlino

«Non e’ vero che ho abbandonato l’ Italia, nel mio Paese lavoro ancora moltissimo: il guaio è che da noi preferiscono spendere per un’ autostrada piuttosto che per una stagione operistica»

Claudio Abbado tra i Berliner Philharmoniker Orchestra durante il concerto a Ferrara by La Repubblica
BERLINO - A dieci anni era “impazzito per Bela Bartok”. E quando tornava da scuola, con un gessetto preso in classe, scriveva sul muro di casa in via Fogazzaro: VIVA BARTOK. C’ era la guerra, era il 1943, e i nazisti occupavano Milano. Meno di un secolo prima, i giovani patrioti risorgimentali avevano riempito i muri della citta’ con VIVA VERDI, uno slogan politico in barba agli scherani di Cecco Beppe. Che anche dietro Bartok ci fosse qualche messaggio d’ opposizione? La Gestapo lo penso’ subito, “e vennero dal portiere per chiedergli: ma chi lo ha scritto? E poi chi e’ questo Bartok, forse un partigiano?”. 



E invece Bartok era Bartok. Ma l’ ardore musicale del bambino era rischioso lo stesso, “perche’ in quel periodo mia madre aiutava veramente i partigiani, aveva aiutato a scappare Sergio Solmi, il poeta, abbiamo nascosto anche il figlio di amici ebrei che si erano rifugiati in Svizzera, e noi dovevamo dire a tutti che era nostro cugino; venne arrestata per questo e si salvo’ solo perche’ aveva incontrato un tenente delle SS italiane che era stato allievo di suo padre, Guglielmo Savagnone, il mio nonno siciliano”. Un avo con la corda pazza questo Nonno Guglielmo, “un personaggio straordinario”.

Quella cattedra all’ Universita’ di Palermo se l’ era dovuta conquistare fuori d’ Italia: “Non ricordo se alla fine del liceo o all’ inizio dell’ universita’ , di sicuro aveva preso a schiaffi un professore ed era stato cacciato da tutte le scuole del Regno. Cosi’ aveva studiato in Germania, a Lipsia, si era laureato diventando un grandissimo esperto di papirologia ed era tornato a Palermo a insegnare”. Ma questo, Claudio Abbado, lo ha scoperto dopo, e il suo lungo viaggio verso la cultura tedesca e’ stato in realta’ “un ritorno”. Un giorno con Abbado nel tempio dei Berliner Philharmoniker. Il giorno dopo un nuovo trionfo con la versione concertata dell’ “Otello” verdiano, prima tappa dello Shakespeare Zyklus che dominera’ la “Szene” berlinese fino a giugno. Sono passati sei anni esatti da quando i maestri dell’ orchestra piu’ democratica del mondo hanno scelto Claudio Abbado come successore di Herbert von Karajan.
Per lui, cresciuto nel mito di Wilhelm Furtwangler, la materializzazione di un sogno. “Il momento piu’ commovente di questi anni . ammette semplicemente . me lo ha regalato Elisabeth, la vedova di Furtwangler. Aveva ascoltato un nostro concerto a Lucerna e sapeva che dovevamo suonare a Ginevra, cosi’ mi ha scritto una lettera: “...Come successore di mio marito, la invito ad abitare a casa mia”. Ecco, per me questa frase e’ stata straordinaria, essere il successore di Furtwangler”. Non poteva andare in modo diverso per un musicista che, ancora diciottenne, si era sentito predire da Arturo Toscanini: “Avrai molto successo”. Avvenne a Milano, nella casa del grandissimo in via Durini. Claudio Abbado, figlio d’ arte, suonava anche con l’ orchestra da camera fondata dal padre violinista. “I miei genitori frequentavano Toscanini perche’ l’ insegnante di mio padre era Enrico Polo, il cognato di Toscanini e allievo di Joachim, il piu’ grande amico di Brahms. Una sera si decise di suonare in casa Toscanini. Cosi’ ho diretto dal pianoforte un concerto di Bach. E Toscanini mi disse quella frase”. Andava a vederlo alla Scala, “mi ricordo le prove con lui sempre molto duro che trattava malissimo gli orchestrali, “cani” era la sua espressione ricorrente. Toscanini aveva una personalità fortissima, sapeva imporre una disciplina d’ orchestra. Ma io gia’ allora apprezzavo di piu’ Furtwangler, dava un significato piu’ profondo a ogni nota, sapeva sollecitare una partecipazione piu’ democratica”. Quarant’ anni dopo la scomparsa di Furtwawngler, Claudio Abbado siede al posto del suo mito.
E continua la tradizione che vuole ai Berliner direttori che siano un po’ anche padri: “E’ vero, l’ orchestra ha sempre avuto queste figure che stanno per tanto tempo, quasi una vita, e che stabiliscono con gli orchestrali un rapporto umano molto profondo. Abbiamo fatto per esempio questa tourne’ e in treno attraverso la Germania, una vecchia tradizione. Si viaggia, si suona, si mangia, si scherza, si fa tutto insieme. Uno dei violini compiva 65 anni, si chiama Westphal ed e’ forse l’ orchestrale piu’ carismatico, allora gli hanno dedicato dei quartetti per festeggiarlo, capisce? Dei quartetti su un treno. Voglio dire che c’ e’ ai Berliner il senso di una grande famiglia: il direttore deve aiutare gli orchestrali non soltanto sul piano musicale ma anche su quello umano. Se ci sono problemi familiari sono problemi di tutti”.
E allora e’ vera la storia che lei fa anche lo psicologo. Abbado sorride con i denti grandi e l’ aria vagamente fanciullesca che i suoi 62 anni non riescono a cancellare: “Si’ , ma questa e’ una cosa che mi tiro dietro da quando ero molto giovane. Ero taciturno, anche a scuola, e i coetanei mi venivano a confidare delle cose. E’ vero anche adesso, tante volte parliamo di problemi che magari sono legati alla musica ma che comunque appartengono alla sfera personale”. C’ erano molte possibilita’ , al momento di decidere la successione di von Karajan. Ma il prescelto fu Abbado, perche’ ? “Fu decisiva la terza sinfonia di Brahms che mi avevano invitato a dirigere per il Festival di Berlino. L’ orchestra aveva soprattutto voglia di fare piu’ musica moderna, piu’ musica francese, allargare il suo repertorio. E’ quello che poi e’ successo, ma non solo, perche’ abbiamo anche realizzato il progetto dei cicli: adesso abbiamo Shakespeare, prima abbiamo avuto Faust e il mito greco. Dunque abbiamo diversificato il modo di suonare, da un lato continuando la tradizione di questo suono caldo, bello, che e’ stato il marchio dei Berliner per il romanticismo, e dall’ altro creando per la musica contemporanea, dalla scuola viennese a oggi, un modo di suonare piu’ moderno. E poi abbiamo lavorato molto anche sulla musica barocca”.
Claudio Abbado tra i Berliner Philharmoniker Orchestra al Teatro Massimo di Palermo
Lasciamo i Berliner. Di Claudio Abbado si dice fra l’ altro che non lavora volentieri in Italia. “Questa e’ una leggenda, io lavoro moltissimo in Italia. Sono stato a Reggio Emilia ancora in ottobre e novembre con i giovani della Mahler Jugend Orchestra. Abbiamo provato pezzi di Schonberg, i Caminantes di Nono: grandi messaggi per la pace. Lei mi chiedera’ perche’ Reggio Emilia o Ferrara, ma perche’ li’ come in altre citta’ dell’ Emilia si varano iniziative che vengono copiate in tutto il mondo”. Che il cuore di Claudio Abbado batta a sinistra non e’ questo omaggio all’ Emilia rossa a rivelarcelo. Ma lui bolla come “ridicole” le etichette: “Quando dico che la Regione Emilia fa delle cose straordinarie, per me conta zero il fatto che sia amministrata dalle sinistre”.
E pero’ rifarebbe tutto, “come suonare nelle fabbriche, aprire la Scala agli studenti e ai lavoratori, cose che ho fatto perche’ le ritenevo giuste non perche’ fossero di destra o di sinistra. Quando protestavo contro la guerra del Vietnam insieme a Maurizio Pollini o contro i colonnelli greci, tutti facevano titoli sui musicisti rossi, pero’ quando protestai contro i carri sovietici a Praga esponendomi personalmente con Kubelic e con Daniel Baremboim, nessuno disse nulla perche’ non faceva comodo ne’ a sinistra ne’ a destra. Rifarei tutto. Faccio un altro esempio: io ho diretto molta musica di Luigi Nono, che considero un grandissimo compositore, eppure la reazione era sempre la stessa, Nono e’ comunista. Pensi che una volta a Vienna mi sono trovato un musicista dei Wiener il quale, alla fine della Settima di Bruckner, mi disse: “Meraviglioso, non mi sarei mai aspettato che un italiano di sinistra come lei potesse dirigere Bruckner in modo cosi’ profondo”, poi scoprii che ai tempi era stato un fervente nazista”. Il cuore dell’ attivita’ di Abbado rimane all’ estero, prima a Vienna ora a Berlino.
Un “esilio” sufficiente a confrontare, a cercare di capire quale sia il “male oscuro” che sembra divorare la cultura in Italia: “La cultura rende ricco un Paese, anche economicamente. Non e’ vero che in Germania o in Austria si fa di piu’ per la cultura perche’ sono piu’ ricchi, e’ vero il contrario, sono piu’ ricchi perche’ si fa di piu’ per la cultura. Ricordo un esempio viennese al tempo del cancelliere Kreisky: si doveva decidere se costruire un pezzo di autostrada oppure se potenziare la nuova stagione operistica e teatrale. Scelsero Opera e Teatro, in Italia sarebbe avvenuto il contrario. Siamo un Paese ricchissimo, e invece di valorizzare le nostre potenzialita’ ci perdiamo in beghe provinciali, in contrapposizioni assurde tra Nord e Sud”.
E’ difficile abbordare l’ argomento, ma Claudio Abbado sa sciogliere subito l’ imbarazzo: i rapporti con Riccardo Muti, la rivalita’ vera o presunta con l’ altra grande stella della direzione d’ orchestra italiana. “La nostra rivalita’ ? Un’ altra leggenda. L’ ultima volta che ci siamo visti e’ stato a Vienna a cena da amici e come sempre ci siamo fatti matte risate su questa menzogna, costruita dai media, dalle case discografiche: qualcuno aveva un accendino quella sera, con la sigla di una casa discografica; ecco, e’ stata la nostra battuta, qualcosa che funziona nelle case discografiche. E’ un altro assurdo. Io trovo che Milano debba essere ben felice di avere un direttore come Muti alla Scala, ce ne fossero tanti altri bravi come Riccardo”.
Eppure anche le leggende attingono alla Storia. Notazione puramente personale: per quanti sforzi faccia nell’ accreditare un idillio con il direttore della Scala, Claudio Abbado non ci convince. Ma avete invitato Muti ai Berliner? “Certo. Ci sono gli “Amici dei Berliner” che vengono invitati molto democraticamente e vengono regolarmente: Zubin Mehta, Daniel Baremboim, Pierre Boulez, James Levine, Simon Rattle e Seiji Ozawa. Anche Riccardo e’ stato invitato. Fra l’ altro c’ e’ l’ Europa Konzert diretto ogni anno da me o da un direttore ospite, ecco Riccardo e’ stato invitato proprio per questo concerto. L’ orchestra e’ andata a parlare con lui chiedendogli ovviamente di dirigerlo anche durante la stagione. Ma lui ha cancellato”. Tutto qui? “Io devo dire un’ altra cosa, che ho messo qui a Berlino un limite agli onorari, una cosa della quale mi sono tutti molto grati. E’ un tetto piu’ basso di cio’ che ricevo altrove e che ho imposto a me stesso sul contratto con i Berliner insieme alla clausola che nessuno ricevesse piu’ di questo compenso”. Il discorso rimane sospeso. Bussano alla porta del camerino. E’ una giovane soprano, pronta per l’ audizione. Abbado deve congedarsi. Ma c’ e’ un progetto, il progetto della sua vita? No, dice il maestro. E ci regala l’ ultimo aneddoto: “Quando avevo sette anni ho sentito i Notturni di Debussy alla Scala diretti da Guarnieri, un’ esperienza magica. Da allora ho sempre pensato di realizzare questa musica. E un giorno l’ ho fatta. Ecco, io vado avanti per sogni, che poi diventano idee, progetti. Uno dei miei sogni e’ il “Tristano”. Ma a me piace lavorare a lungo su una cosa, scavarla, maturarla, sul “Boris Godunov” per esempio ho lavorato vent’ anni”.
by Claudio Abbado Corriere.it

Intervista a Muti: «Io e Abbado...»

Un dualismo che ha accompagnato la carriera stellare dei due maggiori ambasciatori della nostra cultura musicale nel mondo, Claudio Abbado e Riccardo Muti. Due direttori quasi coetanei, due personalità artistiche diversissime, la vocazione al Novecento per Abbado, l'attrazione magnetica verso tutto il Settecento musicale per Muti. E quel continuo confronto, quasi un inseguimento, sui più importanti palcoscenici del mondo e alla guida delle più grandi orchestre. Una contrapposizione troppo esasperata dalla stampa, nata dalle rispettive tifoserie, non c'è termine più calzante, sostanzialmente negli anni in cui Muti era la stella emergente del Maggio Musicale Fiorentino, mentre Abbado guidava la Scala di Milano. Ora proprio Abbado e Muti spiazzano tutti. Nel nome del futuro musicale del nostro paese, per difendere un'educazione musicale letteralmente latitante da oltre un secolo, nasce un progetto che è anche un messaggio politico fortissimo. Nell'ottobre 2008 Claudio Abbado dirigerà il "Te deum" di Hector Berlioz, una partitura che richiede un organico impressionante: 50 violini, 20 viole, 12 arpe, un esercito di coristi adulti e bambini, 1000 interpreti complessivamente. Saranno tutti giovani.
Maestro Muti, come nasce questo progetto? 

Io ho ricevuto una richiesta dal mio collega e amico Claudio Abbado a cedere l'Orchestra Giovanile Cherubini, da me fondata, per l'esecuzione del "Te deum" di Berlioz. Naturalmente ne sono stato felicissimo. È un bel segnale, perché tutti e due operiamo da anni per valorizzare i giovani. Siamo due direttori di fama internazionale che hanno deciso di lavorare per il futuro. Abbado vuole utilizzare tutti interpreti giovani, e per coprire l'impressionante organico ha deciso di unire l'Orchestra Mozart, che è l'orchestra giovanile da lui fondata, la Cherubini e l'Orchestra giovanile italiana della Scuola di musica di Fiesole del mio amico, il maestro Piero Farulli.

E' l'inizio di una collaborazione...

Certamente. Abbado ed io riteniamo che la collaborazione tra orchestre di giovani travalichi tutte le partigianerie, i provincialismi e le ottusità. Per creare dei presupposti per il futuro a cui anche il governo possa mettere la dovuta attenzione. L'educazione musicale, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è fondamentale per una buona società. Spero che qualcosa si stia muovendo per sanare le lacune vergognose del nostro sistema educativo. Voglio sottolineare che già l'anno scorso, al Ravenna Festival, ho diretto la Sinfonia fantastica di Berlioz unendo la Cherubini e l'Orchestra giovanile. L'esperienza si ripeterà l'anno prossimo. Ho appena diretto il Don Pasquale a Mosca e Pietroburgo con la Cherubini e un cast di cantanti giovanissimi. Il successo è stato travolgente. Stiamo per partire per Las Palmas sempre con il Don Pasquale e l'Orchestra Cherubini. Ad ospitarci sarà il nuovo teatro dell'architetto Calatrava. Anche a San Pietroburgo abbiamo suonato in un auditorium nuovissimo, veramente molto bello. Anche sotto questo profilo, che amarezza! In tutto il mondo si inaugurano teatri meravigliosi, solo da noi i teatri chiudono, e si fa così poco per valorizzare i nostri talenti
Il concerto sarà diretto da Abbado? 

Assolutamente sì. Tra di noi c'è sempre stato un rapporto di stima reciproca e amicizia. Da parte mia questa è una dimostrazione di rispetto per la persona e il direttore. Noi ci siamo sempre tenuti fuori da tutte le illazioni che venivano fatte su un nostra presunta rivalità, un po' dalla stampa, un po' da delle canaglie che cercavano non so quale loro tornaconto. Anzi, da questo progetto potrà nascere una collaborazione. Non siamo più ragazzini, e tutti e due pensiamo al futuro, al futuro dei giovani e della musica

Maestro è di questi giorni la notizia che alla Scala sarebbe a rischio per uno sciopero il Requiem di Verdi diretto da Daniel Barenboim... 
 by una notte all' opera
Non sono più addentro alle cose milanesi e quindi non posso esprimere nessun giudizio al riguardo. Certo è sempre molto increscioso quando si presentano questi problemi. In 19 anni mi sono dovuto confrontare un sacco di volte anch'io con queste cose. Il problema è comunque sempre lo stesso, e non si può risolvere mettendo delle pezze di volta in volta. Bisognerebbe una buona volta capire cosa si vuole fare in questo paese della musica e dei teatri.

by Valeria Ronzani

Un pionero, un ejemplo. Por DANIEL BARENBOIM 

Conocí a Claudio Abbado a principios de los años cincuenta, cuando él estudiaba piano con Gulda en el Mozarteum de Salzburgo. En 1956 ambos participamos en un curso de dirección en Siena y desde entonces compartimos una estrecha amistad personal y artística. Tengo grandes recuerdos de él, como su reciente vuelta a La Scala de Milán en 2012, cuando actuamos juntos.
Con Claudio Abbado perdemos a uno de los grandes músicos de los últimos 50 años y a uno de los pocos que mantenían una relación muy estrecha con los diferentes géneros. Su dedicación a la música contemporánea era especialmente destacable, como sus colaboraciones con compositores como Nono, Ligeti y Kurtag y la interpretación de sus obras durante su etapa como director musical de La Scala.
Quizá lo más significativo, en cualquier caso, sea el apoyo que prestó a los jóvenes músicos con la creación de muchas e importantes orquestas juveniles. En este sentido, era un pionero que trabajaba con nuevos intérpretes, los motivaba y apoyaba durante toda su carrera. Con esto dio un ejemplo al mundo al mantener que los jóvenes músicos sin experiencia pueden hacer música al más alto nivel cuando trabajan con la actitud y compromiso adecuados. Debemos reconocerle esto y mucho más.

Aquel oído interior, por SIMON RATTLE

Hemos perdido a un gran músico y a un hombre muy generoso. Hace 10 años, todos nos preguntábamos si sobreviviría a la enfermedad que se lo ha llevado, pero sin embargo él y nosotros, como músicos y espectadores, pudimos disfrutar de una extraordinaria resurrección, en la que todas las facetas de su arte se conjugaron de manera inolvidable.
Hace unos años, Claudio Abbado me dijo: “Simon, mi enfermedad es terrible, pero las consecuencias no son tan malas: siento que, de alguna manera, puedo escuchar el interior de mi cuerpo, como si perder el estómago me hubiera concedido un oído interior. No puedo expresar cuán maravilloso se siente. ¡Y aún siento que la música me salvó la vida entonces!”.
Siempre fue un gran director. Sus actuaciones de estos últimos años trascendieron y todos nos sentimos privilegiados de haber sido testigos. Personalmente, me trató con gran amabilidad y generosidad desde mis primeros días como director, y mantuvimos una relación cálida y divertida incluso hasta el pasado viernes. Su figura perdura muy hondo en mi corazón y en mi memoria.
Il barbiere di Siviglia, Abbado, Prey, Berganza, Alva, Dara, Montarsolo

Mahler Symphony No 3 D minor Claudio Abbado Anne Larsson Lucerne Festival Orchestra

"IL CANTO SOSPESO" di Luigi Nono (1924-1990). Claudio Abbado, 1956.
Verdi - Requiem- Dies Irae (Claudio Abbado, Berlin Philharmonic (2002))

Il divino Claudio por LUIS GAGO

Así llamaron sus contemporáneos al compositor Claudio Monteverdi, y es imposible no rememorarlo ahora que acaba de dejarnos un compatriota que se empeñaba —y no era mera pose— en que no se dirigieran a él con el casi siempre huero, previsible e hinchado “Maestro”, o “Maestro Abbado”, sino valiéndose simplemente de su nombre de pila, eliminando así barreras, especialmente con quienes más le interesaba acortar las distancias: con los músicos que trabajaban junto a él. Nunca abandonó su izquierdismo, que él supo practicar tanto en su vida privada como a lo largo de toda su larga carrera profesional, ya fuera dando conciertos en fábricas para obreros, involucrándose activamente en el desarrollo del Sistema de orquestas infantiles y juveniles en Venezuela, abriendo caminos, aunando voluntades y brindando posibilidades a los talentos instrumentales más prometedores en la Joven Orquesta Gustav Mahler o formando parte de colectivos con los que trabajaba como uno más, lejos de los divismos o las maneras dictatoriales tan habituales en su profesión.
Supo imprimir una revolución tranquila en la Filarmónica de Berlín cuando recogió el testigo, por voluntad de los músicos, de Herbert von Karajan, que la había controlado con mano de hierro durante cuatro décadas. Abbado amplió las miras de su repertorio, se ganó la admiración sin fisuras de la orquesta y se convirtió en un emblema del nuevo Berlín libre, vital y unificado justo después de la caída del Muro. Cuando su salud empezó a padecer los constantes embates del cáncer que ha acabado con él, restringió sus apariciones al mínimo —aunque siempre se mantuvo fiel a sus citas con Berlín y sus Filarmónicos— y concentró gran parte de sus esfuerzos en los conciertos que daba al final del verano con la Orquesta del Festival de Lucerna, integrada por primeros atriles de las mejores orquestas y los mejores grupos de cámara europeos. Sacrificando vacaciones y renunciando a sus propias actuaciones como solistas, peregrinaban hasta allí por el solo placer de hacer música no tanto bajo su dirección como a su lado. En sus últimas actuaciones conjuntas en España, en otoño de 2010, tocaron la Novena Sinfonía de Gustav Mahler: ahora recordada, no cabe imaginar una despedida más adecuada. Entonces resultaba difícil discernir qué emocionaba más, si la entrega y la devoción incondicionales mostradas por los músicos o las cualidades intrínsecas de la visión de Abbado, que compendiaban lo mejor de su trayectoria.
Otro tanto sucedía con otra de sus criaturas más queridas, y a la que dedicó muchas de sus últimas energías en estos años de incansable lucha con la enfermedad: la Orchestra Mozart de Bolonia. Bologna la Rossaera la ciudad en que vivía y la que ha visto morir a un viejo comunista como él. Con ella buceó en el repertorio que no podía afrontar con otras orquestas (Bach, Pergolesi) o abordó los autores que sí dirigía a grandes formaciones (Mozart, Beethoven, Schumann), pero que aquí se permitía verter en un formato casi camerístico y con criterios interpretativos historicistas. Fue en este ámbito donde a menudo resulta difícil reconocer la contundencia rítmica y dinámica del italiano durante sus etapas profesionales en Milán, Londres, Chicago o incluso los primeros años berlineses. El último Abbado se permitió ciertas veleidades esteticistas, recreándose —a veces quizás en exceso— en sonoridades cálidas, suaves, casi evanescentes, nacidas quién sabe si a modo de bálsamo para aliviar sus padecimientos físicos. Pero el viejo león no estaba dormido, ni mucho menos: sus rugidos acaban recordándonos, antes o después, al director efervescente y voraz de su juventud y primera madurez. Y lo que se mantuvo siempre incólume fue su pasión por hacer música, visible, palpable casi, en las fotografías del director, que nos obsequiaba con un rosario de gestos faciales y corporales irrepetibles, imposibles de simular, un imán que atraía todas las miradas y que obraba milagros entre sus músicos. Claudio Abbado disfrutaba enormemente con lo que hacía no por hallarse en lo alto de su privilegiada torre de marfil, sino por hacerlo en comunión con sus músicos —sus iguales— y con sus oyentes —sus cómplices—: pocas veces se ha visto un director menos endiosado que él.
Las cancelaciones de los últimos meses hacían presagiar lo peor y el pasado día 10 la Orchestra Mozart de Bolonia hacía público un comunicado en el que informaba de la suspensión temporal de sus actividades a partir del día siguiente. La crisis económica y la última batalla librada por su director con su enfermedad se cebaban también con ella. Es pronto aún para hacer balance y el tiempo decantará sin duda los logros de Abbado, convertido —con su renuencia— en un mito viviente, casi un dios, durante sus dos últimas décadas de vida. Sus ensayos nos muestran, en cambio, a un director mucho más instructivo que prescriptivo, mucho menos proclive a dar órdenes que a animar a sus músicos a escucharse unos a otros. Sobrevivirán la criba del tiempo sus grandes grabaciones sinfónicas y operísticas, algunas inigualadas, y se analizará su talante democratizador, que siempre supo hacer compatible con su condición de uno de los directores más carismáticos del siglo XX. Fue un hombre sentimental, que vivió intensamente su privacidad, por lo que no está de más concluir con las palabras que Gabriele D’Annunzio dedicó al “divino Claudio Monteverdi” en su novela autobiográfica Il fuoco, tan adecuadas también ahora para este otro Claudio que acaba de dejarnos: “¡He aquí un alma heroica, de pura esencia italiana! […]Llevó a cabo su obra en medio de la tempestad, amando, sufriendo, combatiendo, sólo con su fe, con su pasión y con su genio”.

Homenaje a Abbado por Norman Lebrecht

Estoy escuchando una grabación de un concierto de Mozart que se va a publicar en breve. Sin mirar la carátula, puedo saber por el fraseo que el director es Claudio Abbado y la pianista Martha Argerich, una de sus colaboradoras musicales más cercanas. Abbado imprime una huella a las interpretaciones musicales que es inconfundible: elegante, afirmativa, de corte exquisito y, no muy por debajo de la superficie, un brillo de ingenio furtivo que solo se advierte horas después de que la interpretación quede guardada en la memoria.

Muy pocos maestros tienen un sonido personal característico. Abbado lo tenía y lo sabía, y lo llevaba con una despreocupación que algunos confundían con arrogancia pero que, como percibían las personas más próximas a él, era la determinación de aprovechar al máximo ese don para servir a la música que más cerca estaba de su corazón. Abbado, a pesar de todos sus defectos y debilidades humanos, se aseguraba de que todo el mundo supiera que la música era lo primero.

Ocupó los puestos más destacados de la Europa musical –la Scala de Milán; la Ópera Estatal de Viena; la Filarmónica de Berlín — y se alejó de los tres cuando las condiciones que ofrecían no cuadraban con sus exigentes expectativas. Se marchó de Viena en 1990, en vísperas del bicentenario de Mozart, al negarse a aceptar una merma de la calidad. Cuando se trataba de música, no se podía discutir con Abbado.
La interpretación que acude inmediatamente a mi mente es el concierto con el que inauguró su titularidad en Berlín. Era la Sinfonía nº 1 de Brahms y el público esperaba, conteniendo la respiración, la tensión creciente y el cambio de ritmo a los que Herbert von Karajan y tantos otros lo habían acostumbrado antes de la gran melodía del final. Con Abbado, la transición de la exposición a la resolución fue casi imperceptible. Estábamos en medio de la gran melodía antes de darnos cuenta de que estaba ahí. En ese momento entendí una de las lecciones fundamentales de este músico consumado: que la música, para Abbado, era una fuerza de la naturaleza que tenía que encontrar su propio momento, llenar su propio vacío. Controlarla era tan inútil como detener las olas de la playa, o las manecillas del reloj de nuestra vida.
Lo desahuciaron por un cáncer de estómago hace 15 años, pero luchó por recuperarse tras la operación con voluntad de acero y una dieta espartana – lo más difícil para un hombre que adoraba la buena cocina —para compartir unos últimos años dorados con grupos que creó para sí mismo: la Orquesta Gustav Mahler, la Orquesta del Festival de Lucerna y, finalmente, la Orquesta Mozart, que ha sido liquidada la semana en que ha muerto. Muchos jóvenes músicos europeos, escogidos cuidadosamente por Abbado, llevarán con orgullo esa selección durante toda la vida.
En la década de 1980, en la Orquesta Sinfónica de Londres, Abbado impulsó una ambiciosa serie de recitales dedicados a Gustav Mahler y el siglo XX. La Orquesta, recién instalada en el Barbican Centre, había evitado la quiebra a duras penas y no podía permitirse ese proyecto. Clive Gillinson, su nuevo administrador, fue atemorizado a decirle a Abbado que sus planes tendrían que reducirse. Abbado le sonrió con dulzura. “Con la música”, respondió, “no hay concesiones”. El festival sobrevivió y fue viento en popa. Gillinson, ahora director del Carnegie Hall, colgó metafóricamente las palabras de Abbado sobre su escritorio.
Cualidades como las de Abbado son raras en cualquier época, quizás únicas en una generación. La obstinación no siempre es un rasgo atractivo en un artista, pero Abbado la matizó con una indefectible capacidad para reírse de sí mismo y del mundo. Riccardo Muti, en teoría su archirrival en el podio y en las opiniones políticas, me contó que ambos comían juntos de vez en cuando para reírse de la absurdidad de su imagen pública, cuando ambos estaban entregados a la misma fe con igual pasión.
El mundo ha perdido un gran maestro. Es para hombres como este para quienes Verdi escribió su Requiem.
Mas de Claudio Abbado Link 
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Il ricordo di Muti,Chailly, Pappano, Ramazzotti, Martone, Fazio, Pisapia, Bray, Renzi, Alfano, Romiti...
Tutti uniti nel sottolineare la statura umana e professionale del Maestro.
ROMA - "Sono profondamente addolorato per la perdita di un grande musicista che per molti decenni ha segnato la storia della direzione d'orchestra e dell'interpretazione musicale nelle istituzioni internazionali". Così Riccardo Muti ricorda Claudio Abbado. "Grande testimone della vera, profonda cultura italiana ed europea nel mondo, di lui voglio ricordare anche il coraggio di come ha affrontato la lunga e terribile malattia e la serietà e severità che hanno caratterizzato la sua vita di musicista e di Maestro. La sua scomparsa impoverisce fortemente il mondo della musica e dell'arte".

"Da oggi l'Italia è più povera", sottolinea Riccardo Chailly, designato come futuro direttore musicale della Scala. Proprio mentre Abbado era direttore musicale della Scala, Chailly debuttò sul podio del Piermarini dirigendo nel 1978 I Masnadieri. E quando è stato scelto come futuro direttore musicale, lo scorso dicembre, ha voluto ricordarlo in conferenza stampa augurandosi che Abbado (così come Riccardo Muti e Daniel Barenboim) potesse tornare ad esibirsi a Milano. "La scomparsa di Claudio Abbado - ha sottolineato Chailly - lascia un grande vuoto nella storia dell'interpretazione musicale. Nel periodo in cui sono stato suo assistente l'ho avuto come primo maestro, e poi come amico per il resto della vita. Per tutti noi italiani  Claudio è stato un punto di riferimento capace di rappresentare nel mondo il meglio della nostra tradizione".

"Claudio Abbado è stato per l'Italia e per il mondo uno spirito unico e un visionario. Da ogni punto di vista un gigante". Così Antonio Pappano ricorda il suo illustre collega direttore d'orchestra, spiegando che quella del maestro milanese è una "perdita tremenda". Le sue parole sono riportate dal sito della Royal Opera di Londra, di cui Pappano è direttore musicale. "Sembrava davvero che avesse il tocco di Mida. Ogni cosa che portava in vita brillava di una luce vigorosa. Che fosse in un teatro d'opera, sul podio di un concerto, in uno studio di registrazione o che fosse circondato dalla créme de la créme dei giovani musicisti per cui ha creato orchestre, lui è da ogni punto di vista un gigante".

"Una notizia tristissima: perdo un grande amico da una vita. E il mondo un grandissimo direttore d'orchestra e musicista". Così Zubin Mehta - direttore della Philarmonic Orchestra di Tel Aviv - ricorda Abbado al quale ha deciso di dedicare il concerto che terrà giovedì prossimo a Berlino. "Nel mio cuore dirigerò per lui. Abbraccio la sua famiglia". 

"Ciao Claudio, porta la grande musica in cielo..." è il pensiero che Eros Ramazzotti dedica al Maestro dal suo profilo Facebook. E dal medesimo social network proviene l'omaggio di Fiorella Mannoia ("Oggi si è spento un uomo straordinario. Un grande maestro. Claudio Abbado ha lasciato un vuoto. Esempio di talento e impegno civile"), mentre su Twitter Fabio Fazio ha scritto: "Claudio Abbado ci ha lasciato. Il mondo da oggi è meno bello e più triste. Per tutti noi il ricordo della sua grazia e del suo sorriso".

"Piccolo, fragile, delicato. Appena salito sul podio, al primo movimento della bacchetta nell'aria accadeva il miracolo: tutto diventava immenso, incorruttibile, immortale": così Roberto Benigni ricorda il maestro con il quale l'attore aveva condiviso l'esperienza diPierino e il lupo di Prokofiev.

"Aver lavorato con lui è stata una delle esperienze più importanti e formative della mia vita. Credo fosse un vero 'sovrano', aveva immensa autorevolezza ed intelligenza. La notizia della sua morte è un grande dolore". Il regista Mario Martone ricorda così il Maestro Claudio Abbado, con il quale aveva lavorato alla messa in scena di Così fan tutte all'inizio degli anni 2000. "Aveva ancora moltissima musica da dirigere, tante iniziative da portare avanti. È stato straordinario fino alla fine, straordinario per l'impegno che ha mantenuto nonostante le difficoltà dovute al suo stato di salute. Abbado lascia un insegnamento importantissimo, anche per la sua capacità di impegno civile. Lo amavo e lo amo molto, maestri così, non solo nel campo della musica, non so proprio quanti ce ne siano", conclude Martone.
"La scomparsa di Claudio Abbado è per me un grande dolore, come amico e come uomo. La musica perde un interprete eccezionale. L'ultima volta l'ho visto a Roma un anno fa, continuava a fare musica", ricorda Cesare Romiti, 90 anni, una vita da manager, prima come amministratore delegato e presidente della Fiat poi al vertice della Rcs-Corriere della Sera. "Lo conoscevo da tanti anni. Lo incontrati la prima volta negli anni 90 al premio Nonino, una iniziativa culturale organizzata vicino a Udine, a Percoto, dalla famiglia di distillatori di cui entrambi eravamo amici. Sono andato a molti dei concerti da lui diretti, anche a Berlino,quando era direttore della Filarmonica". "Abbado - ricorda Romiti - mi ha fatto capire cosa poteva fare la musica una sera che a Berlino per un concerto mi presentò prima dell'evento la pianista Martha Argerich, che arrivava dal Giappone ed aveva una forte contrattura muscolare. Una volta messe le mani sulla tastiera la Argerich cominciò a suonare come se niente fosse, come se si fosse quasi scollata i muscoli e Abbado mi disse: vedi cosa può fare la musica?". "È un grande dispiacere la sua scomparsa - aggiunge Romiti - Abbado è stato grandissimo musicista e direttore d'orchestra, eccezionale, vicino alla gente, senza avere mai la pretesa di essere un grande maestro quale era". Di Claudio Abbado, senatore a vita, Romiti sottolinea il profilo da "servitore del bene pubblico": "anche se quando è stato nominato a quella importante carica - ricorda Romiti- stava male da molti anni, da quando aveva subito una importante operazione chirurgica d'urgenza all'intestino, da cui si era ripreso. Così aveva ricominciato il suo lavoro preferito, quello di dirigere". "E proprio la direzione d'orchestra - continua Romiti - lo ha mantenuto in vita, perché stare sul podio è anche un esercizio fisico". Il manager fa un ritratto dell'amico Abbado, che ha un figlio anche lui musicista, come di un "uomo molto curioso, mi chiedeva della mia vita e di quello che avevo fatto, e  io - conclude Romiti- facevo altrettanto con lui. Eravamo amareggiati tutti e due di cosa sta succedendo negli ultimi anni in Italia, ne parlavamo spesso".

La Scala di Milano ricorderà Claudio Abbado - che è stato suo direttore musicale dal 1968 al 1986 - con un concerto. Il sindaco Giuliano Pisapia, che è presidente del teatro, ha spiegato che chiederà al sovrintendente Lissner di organizzare l'evento. "Mi attiverò sin da oggi - ha assicurato il sindaco di Milano - perché il Maestro Abbado possa essere onorato in città e in quella che è stata la sua vera casa, La Scala. Chiederò al Sovrintendente Stéphane Lissner di organizzare un concerto, oltre ad altre iniziative, per ricordare uno dei migliori direttori d'orchestra al mondo. Con la scomparsa del Maestro Abbado - sottolinea - Milano non perde solo un eccezionale direttore d'orchestra, ma un grande uomo di cultura innamorato della propria città. Ricordo con profonda emozione il concerto che ha tenuto alla Scala nell'ottobre del 2012 dirigendo dopo molti anni la sua Filarmonica. Uno splendido regalo per Milano".

"La scomparsa del Maestro Claudio Abbado è per me motivo di grande tristezza e sconforto, per la consapevolezza che il nostro Paese e noi tutti abbiamo perso oggi un protagonista eccezionale della cultura italiana, amato e rispettato ovunque nel mondo e che ha donato tutta la sua vita alla musica", ha detto il Ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Massimo Bray. "IAbbado ha fondato, in Italia e in Europa, nuove orchestre, ha offerto indimenticabili esperienze professionali e artistiche a centinaia di giovani musicisti, non ha mai smesso di indagare il repertorio storico e quello contemporaneo: da Rossini a Kurtag, da Verdi a Nono, da Bach a Mahler, spesso dirigendo importanti nuove composizioni da lui stesso richieste. La sua determinazione e il suo immenso amore per la musica hanno permesso la nascita anche in Italia della nuova esperienza del Sistema delle orchestre infantili e giovanili, rivolto in particolare ai bambini e ai ragazzi delle fasce sociali più disagiate: Un ultimo dono che ha voluto fare al suo Paese. Ho avuto la fortuna di assistere, a Bologna, al concerto per il suo 80esimo compleanno e di condividere con lui le riflessioni sull'importanza della centralità del patrimonio artistico e culturale nelle vite degli italiani. Sono vicino alla famiglia in questo momento di grande dolore".
"La sua musica è sempre stata sinonimo di libertà, un sentimento che, con la semplicità e la forza delle note, riusciva a trasmettere a tutti". Così il Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri ricorda commossa Claudio Abbado definendolo "maestro di vita prima ancora che sul podio: questo è il valore universale della musica del Maestro Claudio Abbado, un uomo che ha sempre saputo coniugare la bellezza sublime dell'arte con un fortissimo senso dei diritti civili. L'uomo ci mancherà moltissimo, le sue note non ci abbandoneranno mai".

Matteo Renzi, segretario del PD, dedica "un pensiero commosso a Claudio Abbado a nome mio e del Partito Democratico. La sua scomparsa è una perdita gravissima per la cultura italiana e per il Paese. Il suo costante impegno per sostenere e valorizzare i giovani talenti ha lasciato il segno anche qui a Firenze, in una scuola di musica di Fiesole, a cui il Maestro ha voluto devolvere la sua indennità di senatore a vita. La sua arte ha onorato l'Italia nel mondo, la sua passione civile rimarrà d'esempio per ciascuno di noi". 

"Con la sua scomparsa viene meno una figura di primissimo piano della cultura musicale italiana, riconosciuta a livello internazionale per estro artistico e passione", afferma in una nota il ministro dell'Interno, Angelino Alfano. "Mi unisco al dolore dei suoi cari nella convinzione che la sua preziosa testimonianza ha già lasciato un segno indelebile"

"Un grande artista, che ci ha resi orgogliosi nel mondo", secondo il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni. "Milano e la Lombardia - ha sottolineato Maroni in una nota con l'assessore regionale alla Cultura, Cristina Cappellini- piangono la scomparsa del grande Maestro milanese, che, pur a fronte dei tanti successi a livello internazionale, ha mantenuto sempre un legame stretto con la sua città natale. Con la sua scomparsaperdiamo un rappresentante importante del nostro patrimonio culturale".

"Diciamo addio con commozione e dolore al maestro e senatore Claudio Abbado, la cui scomparsa è una perdita incalcolabile per tutti noi, per il mondo della cultura, per quello della musica, per quanti pensano che promuovere l'arte sia sempre una grande prova di democrazia e impegno civile". È quanto ha affermato il presidente della Regione Emilia Romagna e della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani. "Piangiamo un uomo che ha tenuto alto il nome dell'Italia nel mondo, che ha saputo coniugare con dedizione e generosità l'impegno artistico e culturale con l'impegno sociale, con uno sguardo sempre rivolto alle giovani generazioni, ottenendo risultati di straordinario valore che restano patrimonio e orgoglio del nostro Paese e di questa regione".

Anche il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha voluto rimarcare la statura artistica ed umana di Abbado: "Con Claudio Abbado se ne va uno dei più incredibili esponenti della cultura italiana. Con il suo talento indiscusso ha guidato le orchestre degli stabili più prestigiosi da Milano a Londra, da Berlino a Vienna, ed è stato il massimo interprete in Italia e all'estero della tradizione e della musica classica. La sua attenzione per la valorizzazione dei giovani talenti è un'eredità che dobbiamo coltivare. Non possiamo che ringraziarlo per quanto ci ha saputo regalare in tanti anni di carriera".

"Una grande tristezza e perdita per la Musica e per la Cultura": così il sottosegretario ai Beni Culturali Ilaria Borletti Buitoni ha commentato via Twitter la morte di Claudio Abbado, che ha definito "uno straordinario musicista, un uomo coraggioso". "Esprimo la mia vicinanza e quella dei deputati e dei senatori di Scelta Civica alla famiglia del maestro Abbado. La sua morte ci addolora profondamente e priva l'Italia di un talento cristallino e di una figura che ha votato la sua vita alla musica", ha detto Stefania Giannini, segretario di SC.

Anche la FIMI, la Federazione dell'industria musicale italiana, ricorda il maestro bolognese con il suo presidente Enzo Mazza: "Claudio Abbado è stato uno dei più brillanti direttori di orchestra a livello internazionale e il suo immenso repertorio ha avuto un grande successo anche sul piano discografico. Ha ricevuto svariati Grammy, tra i quali l'ultimo nel 2006. Abbado ha sempre avuto a cuore, inoltre, lo sviluppo di nuovi talenti con la creazione di importanti orchestre internazionali". Un ricordo di Claudio Abbado appare inoltre
sulle homepage delle principali istituzioni musicali di tutto il mondo in cui ha suonato, da quella dei Berliner Philharmoniker a quella del Festival di Salisburgo. "Il mondo della musica ha perso uno dei più grandi", ha commentato la presidente del Festival di Salisburgo Helga Rabl-Stadler, sottolineando la gratitudine da parte dei Festival di aver potuto ospitare Abbado in più occasioni.
by repubblica.it

500mila alberi per Milano, 90mila di Abbado

Abbado è tornato alla Scala di Milano. Ma la sua gloria risplende nella città solo ad un patto. Il Comune ha dovuto impegnarsi a piantare 90mila alberi nelle vie cittadine (bel colpo, Maestro!) In realtà il Piano verde del Comune va oltre: ha previsto altri “impianti” verdi per un totale complessivo di 500mila alberi. E la cosa sta prendendo forma proprio in questo periodo per una prima trance, piante in vaso. Si aspetterà la stagione propizia, ovvero l’autunno, per piantumare alberi in zolla. E la domanda sorge spontanea: dove e in che modo sarà distribuito in città tutto questo verde? E voi, cosa pensate dell’iniziativa del Comune? Diteci la vostra! Intanto, ecco i dettagli.
Il Corriere ci aiuta a capire come verranno distribuite le piante. Prima tappa: il vialone Vittor Pisani, che collega la Stazione Centrale a Piazza della Repubblica. Si tratterà di alberi in vaso, magnolie sempreverdi, lecci e ligustri. A seguire: Corso Vittorio Emanuele, Corso Garibaldi, corso Genova e Naviglio Grande, via Dante e via Orefici (in valutazione aree centralissime come via Montenapoleone, piazzetta Reale e piazza Fontana). Poi verranno creati 10 “boschetti di benvenuto” lungo le grandi vie che collegano il centro alla periferia, ovvero: via Comasina, Moreschi, Palmanova, Cassinis, Ferrari, del Mare, Lorenteggio, Valsesia, Vigorelli, Viale Argonne. Piante in vaso per le zone commerciali come il quartiere Isola, Paolo Sarpi, Navigli, Brera e Giambellino. Ricordiamoci poi gli otto 'Raggi verdi' ciclo-pedonali individuati in previsione dell’Expo 2015.
Tutto bellissimo. Certo, saremo tutti molto felici di vivere in una Milano più bella ma soprattutto più vivibile e “amichevole” ma ci sono non poche questioni sul piatto. E sono sorte appena si è cominciato a mettere davvero in pratica il progetto. In corso Buenos Aires si è pensato di piantare aceri in zolla ma non c’è abbastanza spazio quindi si useranno vasi…
A questo punto facciamo un paio di riflessioni. In effetti pensando alle vie del centro, non è che lo spazio abbondi (sui Navigli poi!!). Peraltro già manca per le macchine. E questi vasi dovranno essere molto ampi per ospitare degli alberi. E che futuro potranno avere piante che di natura vivrebbero più di 100 anni (come le magnolie) se allevate in semplici contenitori? La manutenzione poi sarà rilevante: in vaso è fondamentale l’irrigazione, che non potrà dipendere dalla buona volontà dei commercianti. Nè da vivai che spesso vedono queste cose più come un’onere che come un’opportunità. Sarà stato previsto un impianto o una soluzione all’altezza? Se poi verranno piantati in terra, bisognerà pensare a tenerli lontani dalle zone di sosta per le macchine. Altrimenti è facile che i tronchi vengano danneggiati.
Ed è proprio quella la zona più fragile dell’albero. E’ proprio lì infatti, appena sotto la superficie della corteccia, si trovano libro e cambio. Nel libro passano tutti i vasi dove scorrono linfa ed elementi nutritivi. Al di sotto di lui, il cambio è uno strato sottilissimo (si parla di millesimi di millimetro) che ospita le uniche cellule capaci di produrre nuove fibre. Invece il “corpo” dell’albero è fatto di tessuti non vitali, che servono da riserva e da sostegno meccanico per la pianta. Se dunque lì, appena sotto la corteccia, si producono ferite, buchi o fessure (con il paraurti, con vandalismi, con chiodi) si apre la porta ad infezioni, batteri, muffe e parassiti, a volte letali per la pianta.
C’è poi da considerare come verranno piantati. Perché la pianta sia stabile deve poter affondare le radici nella terra senza essere schiacciata dal peso del marciapiede e deve esserci dello spazio intorno che consenta al terreno di operare scambi con l’aria. Se attenzioni come queste non vengono osservate, se ne mette a rischio la stabilità. Rischio aggravato  da potature improvvide (comuni a Milano!) fatte nel tentativo di contenere la crescita di una chioma adulta in un contesto troppo “stretto”. In pochi anni potremmo trovarci davanti ad esemplari torturati e malandati. Gli alberi, ricordiamocelo, sono un regalo che facciamo soprattutto alle generazioni che ci seguiranno. Sta lì il loro vero valore. E qui stiamo parlando di centinaia di esemplari. Quindi: ben venga un piano verde per Milano, Abbado o non Abbado, ma che tenga conto della vita di piante e cittadini sul lungo termine. Per evitare che tutta questa voglia di verde sia solo una moda passeggera. Voi cosa ne pensate? La distribuzione delle piante prevista dal Comune vi trova concordi? La fareste diversa? Che vie pensate potrebbero essere considerate, oltre quelle già previste?
by tgcom24

La Milano di Renzo Piano: un bosco in Piazza Duomo.

L’idea dell’architetto Renzo Piano di fare un boschetto in Piazza Duomo, lanciata dalle pagine del Corriere della Sera, ha suscitato un forte dibattito. Gli alberi in questione, parte delle 90mila piante della dote Abbado, andrebbero piantati sul lato della piazza verso palazzo Carminatifino al Castello Sforzesco, altri anche in Via Dante e Piazza Cordusio. Il pensiero è bello ma voci illustri si sono alzate per criticare l’ipotesi del grande architetto in nome della storia della piazza, del poco spazio disponibile, della manutenzione che quegli alberi richiederebbero e di quella, decisamente scarsa, di cui godono altre aree verdi degradate della città.
Certo, formulata in questo modo la proposta di Piano, seppur stupenda da immaginare, sembra più una provocazione che un reale progetto. Prima di tutto per limiti imposti dal territorio stesso: pavimentazioni preziose su cui lavorare, pochi spazi liberi e poca o nessuna profondità di scavo a causa della metropolitana. Si potrebbero aggirare questi problemi mettendo le piante in grandi vasconi rialzati, per evitare i precedenti. A disastrosi tentativi di spargere giovani alberelli nei vasi senza manutenzione abbiamo già assistito: ne sono morti moltissimi per mancanza d’acqua quest’estate.
Accesosi il dibattito, profondamente utile in una Milano con cittadini soffocati dal cemento e dalle auto, anche il Comune adesso sembra ripensarci. L’assessore al Decoro e verde urbano, Maurizio Cadeo, frena: “È un luogo delicato, che ha una sua sacralità. Anche i cittadini, la piazza è loro,  e la Curia, soggetto che va ascoltato, dovranno dire cosa ne pensano” e comunque “il contributo di questi nomi di grande rilievo della società civile per noi è prezioso, importante — ma le decisioni poi spettano alla politica, che deve ascoltare, raccogliere tutti i contributi e decidere anche in base ai costi”.
Eggià, i soldi mancano sempre per queste cose e si è visto già da subito: è di questi giorni l’annuncio che non ci sono, per esempio, per la realizzazione del primo “raggio verde”, che dovrebbe andare da San Marco alla Martesana. I 5 milioni di euro che servono sono rimandati all’approvazione del prossimo bilancio.
by tgcom24
Paolo Pejrone, 
architetto botanico.

“Non è una città per alberi”. Così Pejrone, celebre architetto botanico, commenta il sognodel maestro Abbado, un progetto che Renzo Piano sta cercando di realizzare concretamente attraverso un progetto ardito, “sperimentale”, come lo definisce Pejrone in un’intervista sulla Repubblica in edicola oggi. L’iniziativa è meritevole, ma l’illustre botanico mette in guardia su possibili “effetti collaterali”
Non è che mettendo 4 piante il problema si risolve. Bisogna che piante e città si adattino l’una all’altra, è un discorso di convivenza. La città divora la terra, e rimane poco agli alberi. C’è una forma di incompatibilità tra il grande albero e la città (…) la convivenza è difficile inutile negarlo. Bisogna trovare loro un posto adeguato, funzionale ad una vita lunga. Una pianta in stato precario è infelice, vive in maniera infelice e non è bella da vedere.
Insomma Milano non è Parigi, dove quando si decise di far diventare la città più verde si buttò giù una parte antica della città per fare spazio ai grandi boulevard alberati, dando alle piante lo spazio vitale di cui hanno bisogno. A Milano il discorso è innegabilmente complicato; in primis perchè il sottosuolo difficilmente permette piantumazioni, causa metropolitana. In questo senso si parla di piantare degli alberi, magari le magnolie tanto care al maestro Claudio Abbado, in “vasconi” rialzati. Però, in questo modo, si rischierebbe concretamente di piantare degli alberelli che poi rinsecchirebbero in fretta.
Fuksas Dico sì al verde in centro 

ma la piazza resti com' è

«GLI alberi di Abbado nel centro sono un' idea bellissima, ma non in piazza Duomo». Massimiliano Fuksas, uno dei più noti architetti italiani, interviene nel dibattito su Repubblica sul progetto di piantare gli alberi donati dal celebre direttore d' orchestraa Milano, che Renzo Piano vorrebbe anche in piazza Duomo. Dalla Cina dove sta realizzando a Shenzhen uno dei più grandi aeroporti del mondo, l' autore, tra l' altro, del progetto del nuovo polo fieristico di Rho-Pero lancia un appello: «Non facciamone una guerra di religione. Lasciamo la decisione ai paesaggisti e ai botanici». Architetto Fuksas, il suo giudizio sul verde di Milano? «Per risolvere il problema del verde ci vorrebbero milioni di alberi non 90mila. Intendiamoci, il maestro Claudio Abbado merita tutto il nostro rispetto prima di tutto come musicista e anche per questa splendida iniziativa. Ce ne fossero tante di persone come lui in Italia, soprattutto in momenti come questi. Ma certo non si può pretendere di scaricare tutto sulle sue spalle un problema come quello del verde di questa città». Cioè? «Il problema è che sia a Milano come a Roma si tagliano sempre di più gli alberi vecchi dicendo che sono malati perché la manutenzione costa troppo. E quel che è più grave è che non vengono ripiantati». La sua ricetta? «Se n' è parlato per venticinque anni e non se ne è fatto nulla. Piantare alberi è diventato più difficile che costruire case abusive. Ogni città può avere un' idea di verde diversa a seconda di come è stata progettata. Nell' Ottocento i viali alberati avevano una funzione urbanistica non solo decorativa. Coincidevano con il perimetro delle mura di fortificazione ormai abbattute». E Milano? «È una città che è stata pensata per avere un centro storico molto minerale, cioè senza alberi. Anche a New York, come ha ben raccontato nei suoi film Woody Allen, ci sono strade che sono punteggiate di piccoli alberi. La cosa che mi piace di più di Milano è che è una città minerale fuori, cioè priva di alberi, mentre nasconde dentro cortili pieni di verde a terrazzi con alberi di alto fusto». Come giudica l' idea di piantare gli alberi di Abbado anche in piazza Duomo? «Una cosa che adoro di Milano sono le sue strade prive di alberi che si contrappongono ai giardini nascosti nei cortili o sui terrazzi dove sono stati piantati anche alberi di alto fusto. Attici che col tempo si sono trasformati in vere e proprie foreste. Milano ha avuto uno sviluppo ottocentesco del verde. Piazza Duomo, invece, ha avuto un' immagine nel cinema neorealista. Mi ricordo un film in cui Totò diceva che a Milano c' era la nebbia anche se non si vedeva. Lì gli alberi forse non c' entrano molto». Dunque boccia il progetto del suo collega Renzo Piano? «In Italia si litiga già troppo. Ci manca di farlo anche sugli alberi. La questione non è alberi sì e no, ma semmai dove piantarli. Non vorrei apparire troppo conservatore, ma forse noi architetti faremmo bene a lasciare il campo in questo caso ai paesaggisti e ai botanici. Già ci occupiamo di troppe cose». Lei comunque dove li pianterebbe questi alberi? «Ci sono molte vie del centro dove starebbero bene. In via Manzoni, in via Fatebenefratelli, ma anche in molte aree dismesse». Per esempio? «Dall' area delle ex Varesine al quartiere Garibaldi. Anche vicino all' area dell' università Bocconi se ne potrebbero piantare tantissimi. Si potrebbe anche pensare di valorizzare il quartiere Ticinese. La prima cosa da fare sarebbe un censimento del verde di Milano. Non ne farei una guerra di religione tra questioni metodologiche o storicistiche. Cercherei di vedere tutta la questione sotto forma di innovazione. Ma anche nel rispetto della storia urbanistica di questa città. Come si fa quando si decide di conservare un determinato selciato o particolare una pietra».
by ANDREA MONTANARI
«Gli alberi di Piano? Costi troppo alti»

Il Comune: solo per il progetto ci hanno chiesto un milione di euro. La replica: «Mai chiesto un soldo»

MILANO - Si parte da una somma: 900 mila euro. Con quella spesa, spiegano dal Comune, sono stati piantati quasi ventimila nuovi alberi. Tutti in periferia, dai parchi di via Cassinis, fino a viale Argonne, via Lorenteggio, via Valsesia. Non solo. Quei 900 mila euro bastano anche a coprire i costi di manutenzione del nuovo verde per 5 anni. Ecco da dove nascono le perplessità di Palazzo Marino sul progetto dei nuovi alberi di Renzo Piano, perplessità arrivate alla rottura della collaborazione con l’architetto dopo una valutazione del rapporto tra costi e benefici.
La versione del Comune si basa sulla ricostruzione di una di una recente riunione in cui si sono incontrati Giuseppe Sala, direttore generale del Comune, e l’archietto Alessandro Traldi, che ha seguito il progetto insieme con Piano: «Nel corso dell’incontro — spiegano da Palazzo Marino — è stato espresso con chiarezza che non vi era disponibilità, a meno di un significativo intervento di uno o più sponsor, a realizzare un progetto per la piantumazione di 3.500 alberi su 12 siti con un investimento valutato intorno ai 15 milioni di euro».
L’idea lanciata dal maestro Claudio Abbado (90 mila nuovi alberi a Milano come compenso per il suo ritorno alla Scala), appoggiata da Renzo Piano che ha lavorato a un progetto di sistemazione del verde, la settimana scorsa si è arenata sulla bilancia degli investimenti. Su quella bilancia, oltre le spese per comprare e piantare materialmente gli alberi, ha pesato anche il costo del progetto.
E qui i toni del confronto si sono fatti caustici: «La prego di non diffondere notizie false — ha scritto Piano in una breve lettera indirizzata al sindaco Letizia Moratti —. Io non ho mai chiesto un soldo per il progetto degli alberi». Su questo punto le due versioni sono divergenti: «In quella stessa riunione — ha ribadito il Comune—Traldi aveva precisato che i costi di progettazione sarebbero stati pari a circa un milione di euro. Anche tale ipotesi era apparsa eccessiva agli uffici comunali ed era stato spiegato che per un progetto del genere andava impostata una gara ad evidenza pubblica».
by Gianni Santucci

Gregotti: "No al parco nel cuore di Milano"

Per l'architetto la città ha bisogno di verde, ma non è questo il modo per garantirlo: non si può stravolgere il luogo dei grandi eventi pubblici.
Architetto Gregotti, le piace l´idea di andare a passeggiare in piazza Duomo con le scarpe da trekking?

«L´idea di far diventare Milano più verde mi sembra bellissima, ma l´unico posto dove non vanno piantati degli alberi è la piazza del Duomo». 



Vittorio Gregotti, uno dei massimi esponenti italiani dell´architettura contemporanea, uno che è ben più di un «archistar» perché la sua non è una fama recente né effimera, una firma rigorosa che ha sempre sfuggito le mode, sorride. È nel suo studio dalle parti di via San Vittore, immerso in mille progetti, e fa un po´ fatica a ragionare sull´ultima trovata che racconta il centro della città trasformato in un bosco. Quasi non ci crede. Ma se proprio deve rispondere facendo finta che si tratti di un progetto reale e non di una boutade, allora è categorico: no, non gli piace per niente. Anzi: gli sembra una cretinata. 



«Quella piazza è storicamente consolidata con una struttura diversa: è il luogo deputato ad accogliere grandi eventi pubblici come assemblee, manifestazioni, comizi. Ed è così da un secolo e mezzo. Lì c´è la chiesa più importante della città... non è possibile trasformare quello spazio in un parco, significherebbe contraddire il suo carattere strutturale. Se l´idea è di piantare tre, quattro alberi negli angoli, allora è un altro discorso».



L´idea, come è stata presentata, non è così minimalista: almeno settanta alberi sul lato della piazza verso palazzo Carminati, una piccola parte dei novantamila che la città ha promesso a Claudio Abbado. E a realizzare il progetto sarà Renzo Piano che ha offerto a Milano la sua collaborazione.

«Ho grande stima per Piano, e poi Renzo è amico di Claudio ed è comprensibile che si sia offerto di dargli una mano e sono felicissimo che lo faccia. Il progetto di aumentare il verde è interessante e ragionevole, anche se novantamila mi pare una cifra che non ha molta attendibilità. A patto però di non pretendere di invadere il centro che ha già una sua struttura definita e di cambiare il significato dello spazio. Ci sono le periferie, lì si potrebbero distribuire ragionevolmente. I contesti contano, la storia di una città anche e quasi tutte le città italiane hanno una piazza che ha la funzione di luogo di adunanza pubblica. Sarebbe come pensare di mettere gli alberi sulla piazza del Campo di Siena. Mi sembra irragionevole». 




Pare che i primi alberi saranno piantati alla fine di questo mese. E che saranno aceri; il suo collega Piano ha detto che qui i platani soffrono. 

«Non ne so abbastanza per dare giudizi, dico solo che a me i platani piacciono. E non so nemmeno se stiamo parlando di qualcosa di concreto o di cose riferite male. Piano è un bravissimo architetto, magari è stato male interpretato, o si è pentito subito dopo aver parlato. Perché non posso credere che uno che stimo fino in fondo abbia pensato sul serio di fare un bosco in piazza Duomo. Non si può dire "facciamo Milano più verde" e pensare di cominciare da lì». 



L´onda verde dovrebbe allargarsi anche a via Dante e seguire il percorso fino al Castello.

«Beh, ai lati di via Dante si può. Un percorso pedonale che diventa viale alberato. A patto che venga mantenuto come asse e che si salvi la prospettiva del Castello».



Non ci sono problemi dal punto di vista pratico? 

«Certo, sotto è pieno di infrastrutture. Ma i problemi tecnici si possono superare, è solo questione di costi. Quello che non si può superare è il valore e il significato che un luogo ha per la città, quello va mantenuto. Direi che è importante soprattutto oggi, che c´è una tendenza alla privatizzazione degli spazi pubblici».



Milano si sta preparando all´Expo. Sulla carta ci sono molti progetti di modernizzazione. Nel 2015 sarà una città diversa e migliore?

«Perché, esiste l´Expo? È un´idea assurda che può avere solo due esiti pratici: o un modo per avere finanziamenti dal governo, e allora va bene; o tradursi in un flop. Ma chi vuole che venga a Milano, a vedere che cosa? Del cibo si sta occupando da sessant´anni la Fao. Se faranno una linea del metrò sarà già un gran risultato. E poi bisogna stare attenti al nuovo: modificare non vuole dire violentare e la modernizzazione non sono i grattacieli».



Si erano immaginate grandi cose: i Navigli scoperti, le vie d´acqua...

«Sa cosa le dico? Il buonsenso è un´utopia moderna, ed è qualcosa che non ha nessuno».

By Cinzia Sasso

Milano e gli alberi di Piano, Si fanno avanti gli sponsor.

Abbado: i cittadini decidano se vogliono respirare veleni. Si propone C.C. Confermati i concerti alla Scala

MILANO — «Se i milanesi vogliono continuare a respirare i miasmi dell’aria urbana invece di avere più verde in città, liberissimi». Asciutto e amaro, Claudio Abbado ribadisce il suo pensiero il giorno dopo la bocciatura da parte del Comune del progetto che l’architetto Renzo Piano aveva messo a punto per Milano. «Io avevo lanciato un’idea che forse poteva migliorare la qualità della vita della mia città — aggiunge —. A questo punto non ho altro da aggiungere». Ma non tutto, forse, è perduto. Mentre Palazzo Marino si sfila, si fa avanti il primo sponsor per cercare di non far morire il progetto di Piano e la Lega fa sapere che ne cercherà altri, supplendo a un compito «che sarebbe dell’amministrazione». Nel giorno del sogno infranto e delle polemiche conseguenti, la disponibilità arriva da Alessandro Magnoni, direttore affari generali di Coca-Cola Hbc Italia. «Nessuna critica al Comune — premette — è fondamentale però che le imprese siano al fianco delle istituzioni. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, ma da soli non ce la possiamo fare».
Anche a Milano c’è chi è desideroso di investire nel progetto, nella stessa maggioranza. Non con i quattrini necessari per piantare tutti gli alberi chiesti da Abbado per tornare a dirigere alla Scala, ma con l’impegno a darsi da fare per trovarli. «A noi l’idea di Piano piace — assicura il capogruppo della Lega a Palazzo Marino, Matteo Salvini —. Cercherò l’architetto e gli dirò che ci mettiamo a disposizione per fare quello che dovrebbe fare l’ente pubblico, cioè trovare sponsor per realizzare un progetto che vale». Le agenzie americane e francesi rilanciano la notizia della rinuncia di Piano agli alberi di Milano. Il sindaco si affida al web per ribadire, su YouTube, che «piuttosto che spendere 2 milioni di euro in una via per 200 alberi preferisco mettere più alberi in periferia». Anche l’assessore comunale al Verde, Maurizio Cadeo, insiste sull’insostenibilità del progetto e si toglie qualche sassolino dalla scarpa. «Al di là dei costi per piantare gli alberi, almeno 10 milioni — dice — ci sono quelli del progetto. È legittimo che un professionista chieda di essere retribuito per la sua prestazione, ma non si dica che è beneficenza. Sicuramente il progetto non è gratis: si parla di un milione di euro». Cadeo ripete che «non c’è opposizione culturale» all’idea di Piano. «Ci sono 55mila alberi già piantati dal 2006 ad oggi, 20 mila in via di piantumazione, altri 70mila previsti — quantifica —. Io preferisco piantare alberi per la signora Bianchi e per il sciur Brambilla».
Letizia Moratti si è detta disponibile a finanziare 150 piante sull’asse piazza Duomo-Castello Sforzesco, non tutte le 3500 immaginate da Piano. Ma la posizione del sindaco ha scatenato le reazioni degli ambientalisti. «Milano respinge il progetto per una ragione molto semplice — attacca il capogruppo dei Verdi in consiglio comunale, Enrico Fedrighini — a Milano non c’è spazio fisico per il verde e non si intende recuperarlo sottraendolo ad altri usi». Di «figuraccia» parla Pierfrancesco Majorino del Pd. Piovono critiche da Legambiente. «L’ennesima promessa finita nel nulla», riassume il vice direttore nazionale, Andrea Poggio. Ma a difesa del Comune si schiera Assoedilizia. «Una decisione di buon senso», commenta il presidente Achille Colombo Clerici. La certezza, intanto, è questa: i concerti alla Scala sono confermati e i biglietti sono andati esauriti. In cinque minuti.
by Giuseppina Manin - Rossella Verga

Gli alberi di Renzo Piano: addio a una Milano verde?

Avete seguito la vicenda dei 90mila alberi di Renzo Piano e Claudio Abbado e del Comune che fa saltare il tavolo? Vediamo di riepilogarla: il 30 dicembre 2008, Claudio Abbado, uno dei più importanti direttori d’orchestra del globo, da anni in “esilio” a Berlino.
E’ la sua ultima parola? Cosa dovrebbero offrirle (per farla tornare alla Scala di Milano, ndr) per farle cambiare idea?
«Un cachet fuori dall’ordinario. Novantamila alberi piantati a Milano. Un pagamento in natura. Se accadrà, sono pronto a tornare. A Milano, alla Scala».
Un cachet fuori dall’ordinario, un pagamento in natura nel senso più autentico. A inizio marzo, sembra tutto fatto. Gli alberi di Abbado - e il progetto di Renzo Piano - partiranno, la cosa si fa. Malgrado i proclami Bruno Simini, è perplesso…

E il Comune non nasconde le perplessità su via Dante, la stessa piazza Duomo. E in viale Forlanini «ci sono i cantieri del metrò» premette il sindaco. Un conto è «il progetto su mappa - frena l’assessore ai Lavori pubblici Bruno Simini - ma bisogna fare valutazioni attente per evitare di aprire e trovarci di fronte a sorprese e a dilatazioni dei tempi insopportabili per la città»

Ma per il resto, a parte le perplessità sul centro, ci siamo! Partiremo! Milano si trasformerà nel giro di cinque anni in un’Amazzonia padana. Letizia Moratti, al tempo spiegava

«Abbiamo recepito il lavoro preziosissimo di Piano - conferma il sindaco -. Questo è il lavoro che faremo da qui in avanti. Se lo avessi visto tre anni fa e avessi dovuto scegliere fra mettere 2mila alberi in periferia e 200 in centro, avrei scelto i primi. Ma avendo già fatto questa prima fase, il progetto di Piano ora la arricchisce». Circa 73mila alberi «sono già finanziati e i restanti 17mila sono in corso di finanziamento entro il 2010». Resta l’idea però che accontentato col piano già in atto di Palazzo Marino il maestro Abbado, sul centro il Comune prenda tempo. «Partiamo prima dai casi più semplici, piazza Cordusio e largo Beltrami»

73mila già finanziati, solo 17mila ancora da finanziare. Se a quanto leggo un albero “costa” in media 3700 euro, il conto è presto fatto, mancavano, uh, circa 63milioni di euro (Possibile? Mi sembra una cifra enorme) da finanziare.

Ieri invece, salta il banco: il Comune spiega a Piano e ai soci del progetto che devono trovarsi uno sponsor per finanziare l’opera, troppo onerosa per le casse di Palazzo Marino che non vuole “il progetto è troppo oneroso, la situazione economica attuale non lo permette e non vogliamo esporci a facili critiche”.

Avranno avuto i loro motivi. Ma credo che se avessero realizzato il progetto di Piano e Abbado, sarebbe stato il più bel manifesto per le elezioni comunali, il più bel cartellone pubblicitario, la più bella propaganda immaginabile per le elezioni comunali dell’anno prossimo.

Oggi Piano scrive una lunga lettera, in cui spiega cosa ne pensa: quanto ha ragione… dateci un’occhiata anche voi, qui sotto un breve quote

Ho lavorato su questo tema, come architetto e urbanista, in molte città in giro per il mondo, fianco a fianco con straordinari botanici e uomini di scienze. Mi sono sentito dire che gli alberi in un contesto urbano hanno bisogno di terra per le radici, e gliela abbiamo data. Mi sono sentito dire che gli alberi in città soffrono, e abbiamo trovato il modo di farli stare bene. D’altronde, se soffrono gli alberi figuriamoci la gente e i bambini. Mi hanno fatto notare che alcuni alberi provocano allergie, e abbiamo selezionato piante che non emettono pollini. E poi che perdono le foglie, e bisogna raccoglierle: giusto. E poi che coprono le insegne dei negozi: vedete voi. E infine, che rubano spazio ai parcheggi per le automobili. E su questo hanno ragione: gli alberi prendono inevitabilmente il posto dei parcheggi e del traffico automobilistico. Ma è proprio quello che ci vuole: questo è l’aspetto più importante.

Per fare un albero.
Fiat 500 via Montenapoleone, Milano

 Per fare un albero - Fiat 500 via Montenapoleone, Milano - photo by Laura
  Per fare un albero - Fiat 500 via Montenapoleone, Milano - photo by Laura
  Per fare un albero - Fiat 500 via Montenapoleone, Milano - photo by Laura
 Via per via - Gli alberi di Milano

Claudio Abbado by 
La Repubblica - De Bellis- REDFERNS - GETTY IMAGES - AFP -  Ansa - AP ...


















Claudio Abbado's best recordings

Andrew Clements picks his highlights of Abbado's extensive and varied recording career. The conductor's death, aged 80, was announced on Monday morning.
Mahler: Symphony No 3
Recorded live at the Royal Festival Hall in London, this is not only one of the greatest of Abbado's Mahler recordings, but one of the finest performances of any of the symphonies ever issued on disc. It has all the qualities that made Abbado the greatest Mahler interpreter of his age - an unerring sense of structure and musical purpose, a profound expressive intensity that never became remotely sentimental, and the unique ability to make an orchestra apparently transcend its own capabilities.
Schubert: The Symphonies
Abbado was instrumental in the founding of the Chamber Orchestra of Europe in 1981, and worked with it regularly in its formative years. Among the recordings he made during this time, this set of Schubert's symphonies stands out. After Mahler, Schubert was perhaps the symphonist with whom Abbado revealed the closest affinity, as the wit, elegance, charm, and - in the later works the psychological depths - of these performances reveal.
Ravel: Piano Concerto; Prokofiev: Piano Concerto No 3
Of all the musical partnerships that Abbado forged with some of the greatest soloists of our time, three stand out. He worked regularly with Maurizio Pollini, with whom he recorded the Beethoven, Brahms and Schumann concertos, as well as a number of 20th-century works, while he was one of the select band of conductors with whom Martha Argerich would appear and record. Their collaborations were always special, and this early recording of two of Argerich's specialities captures their chemistry perfectly.
Schumann: Scenes from Faust
As well as supreme musicality, intellectual curiosity was an important part of Abbado's approach to conducting, which led him investigate a wide range of neglected works, from a Schubert opera, to orchestral fragments of Mussorgsky, an early cantata by Debussy, to Schumann's choral masterpiece. The performance represents a real act of musical rehabilitation, any musical weaknesses were erased by sheer single-mindedness of the performance.
Simon Boccanegra
It's hard to choose between Abbado's outstanding Verdi recordings, most dating from the 1970s and 80s when he was music director at La Scala, Milan. This version of Boccanegra, with an outstanding cast, is a genuine classic, though, not only as a souvenir of what was one of the landmark stagings (by Giorgio Strehler) in the history of Verdi production, but as a demonstration of the searching intensity Abbado brought to the composer, and his ability to characterise every detail without losing sight of the whole dramatic shape.
Berg: Wozzeck
Abbado recorded all but one of Alban Berg's works (his second, unfinished opera, Lulu being the omission). He was in many ways, the perfect Berg conductor, able to balance the music's debts to both late romanticism and modernism perfectly, without compromising either the music's formal clarity or its emotional power. A quarter of a century after it was recorded, this still remains the finest of all Wozzeck recordings on disc.
Stockhausen: Gruppen; Kurtág: Stele; Grabstein für Stephan 
Abbado conducted a wide range of contemporary music. He was particularly associated with that of his friend Luigi Nono, but he premiered works by many other living composers too, and was one of the first great conductors to tackle Stockhausen's tour de force for three orchestras, Gruppen. This live recording is paired with two works by Kurtág, one of which, Stele, was composed for Abbado and the Berlin Philharmonic.
by theguardian.com

Claudio Abbado obituary
One of the world's finest conductors, with La Scala, the Vienna and Berlin Philharmonics, and his own orchestra in Lucerne

Claudio Abbado, who has died aged 80, was not only among the greatest of conductors; in his last decade, after suffering from very severe illness, he raised a superband of players all gathered together for his sake, the Lucerne Festival Orchestra, to heights that many listeners have never experienced in other orchestral concerts. A recording producer defined his special gift as a sense of "absolute pulse" – more precisely, an unerring sense of the right and natural tempo relations in a piece that could give shape and meaning even to the most seemingly amorphous of works, and within that a supple life to the individual musical phrases that no contemporary has equalled. He also rejected what he called the "ghettoisation" of music and refused to make a special case for "modern" music as a thing apart: he was as ardent a champion of many living composers as of Brahms or Debussy.

Reserved and economical of gesture in rehearsal, frequently inspirational in performance, he regarded conversation about his profession as a poor means of communicating about the act of music-making. He was surely right; his achievements at the head of the Vienna and Berlin Philharmonic orchestras, which elect their chief conductors, and then of the Lucerne ensemble speak for themselves.

He was born into a musical family in Milan. His mother, Maria, gave him his first piano lessons when he was eight years old; his father, Michelangelo, was a violinist and teacher at the city's Giuseppe Verdi Conservatory, where Claudio followed his older brother Marcello, now a distinguished pianist and composer, as a student of piano, conducting and composition. Graduating from the conservatory in 1955, he spent the next summer at the masterclasses of Siena's Accademia Chigiana. There another promising student, Zubin Mehta, recommended him to his teacher at the Vienna Music Academy, Hans Swarowsky, whose mathematical approach Abbado was later to value for laying firm foundations and freeing him to concentrate on interpretation.

Abbado also benefited from the more general lessons of great masters in Vienna. In Milan, he had seen Furtwängler and Toscanini conduct; now he and Mehta joined the bass section of the Vienna Singverein exclusively to learn from the technique of Herbert von Karajan. In 1958, the year of his graduation from the academy, he travelled to Tanglewood in the US to participate in the Koussevitzky prize competition andon his own admission was astonished to come first.

Success, however, was still not immediate; after making his operatic debut that same year conducting Prokofiev's Love for Three Oranges in Trieste and a first appearance at the Milan's Piccolo Scala in a concert in 1960 to celebrate the 300th anniversary of the birth of Alessandro Scarlatti, he turned to teaching – partly to support his new wife, Giovanna Cavazzoni, and their two children, Daniele and Alessandra. As the post was to take charge of chamber music at the Parma Conservatoire, he learned invaluable lessons about listening to other musicians and lost no time in familiarising his Italian students with scores by Schoenberg, Bartók and Stravinsky.

Then, in 1963, he returned to America for another competition given in the name of Dimitri Mitropoulos; this time, he later declared, he conducted badly, the award of (joint) first prize was wrong and the whole experience revealed the iniquities of the competition system.

The real turning point came not with his subsequent appearance with the New York Philharmonic but two years later, when at Karajan's invitation he chose to perform Mahler's Second (Resurrection) Symphony with the Vienna Philharmonic at the Salzburg Festival.

The large-scale late romantic symphony was to become one of the pillars on which his reputation was established, and launched his last Mahler series in Lucerne; two others followed in the shape of a contemporary opera – Giacomo Manzoni's Nuclear Death – and Bellini's I Capuleti e I Montecchi, both of which he subsequently conducted at La Scala. Milan was not slow to offer him the post of principal conductor there, which he took up in 1968; the titles of music director and artistic director followed in 1972 and 1976 respectively.

Strengthening the backbone of the Scala orchestra with an injection of non-Italian players, he encouraged it to look beyond the confines of Italian opera to the wider symphonic repertoire and even to chamber music. Even so, he never lost sight of its essential Italianate singing quality and refused to record Verdi with any other orchestra – a conviction to which his 1977 recording of Simon Boccanegra is perhaps the finest testament. At the same time, other opera houses were to benefit from his supremely flexible Verdi conducting; he made his debut at London's Royal Opera in 1968 with Don Carlos.

Establishment infighting took its toll on the conscientious and introspective Abbado; he resigned several times in the 1970s when La Scala politics threatened to overwhelm him. A shorter course in opera-house politics came in 1991 when he gave up his two-year post as music director of the notoriously difficult Vienna State Opera on grounds of ill-health (though he continued to serve as artistic consultant). Yet his achievements here, too, were outstanding – above all new productions of Mussorgsky's Khovansh- china and Berg's Wozzeck, both recorded for posterity – and his relationship with the Vienna Philharmonic, which also serves as the opera's orchestra, had been well established since 1971.

Three collaborations with younger ensembles brought out the best in Abbado, as they were to do in Lucerne when he conducted the Simón Bolívar Youth Orchestra of Venezuela. He united the Chamber Orchestra of Europe and an outstanding roster of international singers in Rossini's effervescent but then-neglected Il Viaggio a Reims at the 1985 Pesaro festival; the resultant recording proved a bestseller and remains a desert-island set for many opera lovers. When he took over as music director of the European Community Youth Orchestra in 1977, the astonishing results they achieved together came from a training and dedication few other international conductors would be willing to offer. The orchestra's organiser, Joy Bryer, has spoken about his concern for the individual welfare of the young players and his tireless attempts to help them in their careers after their time in the ECYO. In 1986 he established another ensemble for whom no allowances of age and inexperience ever needed to be made, the Gustav Mahler Youth Orchestra; their Mahler Fourth and Ninth Symphony performances are, happily, preserved on DVD.

Abbado would have been the first to place his concerts with the ECYO as equal in importance to his long-term work with three major orchestras. In 1979 he celebrated his appointment as principal conductor of the London Symphony Orchestra with a typically electrifying concert of Brian Ferneyhough, Brahms – the First Piano Concerto, with his long-term concerto partner Maurizio Pollini – and Tchaikovsky, to whose symphonies he always brought a bel canto beauty of line. His programmes in the orchestra's Mahler, Vienna and the Twentieth Century series were both eclectic and logical; on one evening, the Adagio from the Tenth Symphony and Debussy's Nocturnes shared an elusive tonal incandescence that will never be forgotten by those who heard it.

Even so, the Vienna Philharmonic remained Abbado's ideal instrument for Mahler, and in 1990 he moved on to the greatest challenge of his careerr at that time – moulding the life of the Berlin Philharmonic after the Karajan years. On the face of it, the changes in Berlin were obvious – to extend the orchestra's repertoire beyond the late romantic core which had been Karajan's element. Although Abbado would voice his reservations about visiting conductors who expected to shine in the standard works for which the orchestra had become famous rather than to challenge audiences with anything new, he was in a unique position to do both. His intensive work with promising musicians continued in the Berlin Encounters concerts of the annual Berlin festival, created in conjunction with the cellist Natalia Gutman – who later, and surely uniquely for the finest of soloists, played in his Lucerne orchestra – to bring together young instrumentalists with established professionals.

Musical life in Berlin was not always plain sailing; Abbado was wounded, as ever, by critical campaigns against his integrity and his work with the orchestra. There was sometimes a feeling in his later performances and recordings that the old, familiar sense of challenge had gone gentle; his Mahler Eighth Symphony in Berlin, for example, proved a surprisingly soft-grained conclusion to a Mahler cycle on disc that had begun with a far greater sense of dynamism (it was the only Mahler symphony he would later fail to conduct in Lucerne, where an advertised performance was pulled and replaced by the Mozart Requiem). On the other hand, the Brahms Third Symphony that he brought to London with his orchestra in 1998 still revealed a masterly control of ebb and flow in a work which Abbado had always regarded as one of the most difficult to conduct from the technical point of view. His turning back to Beethoven at the end of a musically rich career was characteristic of the way he was able to blend a self-renewing personal vision of familiar music with a close examination of textual scholarship (in this case Jonathan Del Mar's painstaking edition of the symphonies).

After radical treatment for cancer, Abbado took on a new lease of life by recreating the ideals of a Festival Orchestra in Lucerne in 2003. Not only did this usually laconic figure speak eloquently about how music had given him a burning will to live and how he felt his approach had now deepened; the players he gathered around him raised the whole notion of orchestral solidarity, at a time when the structure was coming under question, to a whole new level.

There were string quartets starting with the Hagen Quartet, top players from the Berlin Philharmonic and other world orchestras and a core of the youth he valued so much in the Mahler Chamber Orchestra. When I met the MCO conductor Daniel Harding at the 2005 festival, he described the big orchestral collaboration as resulting in "not so much a concert as a love-in", treasuring its uniqueness while questioning whether such a situation could possibly last.

It did, through to a Mahler Ninth in 2010 which I cannot be alone in unhesitatingly naming the greatest concert that I have ever heard. There were also a concert Fidelio, and a Bruckner Fifth which the ensemble brought to London in 2011. Sadly, Abbado was too ill to conduct further concerts planned in London. I count myself lucky to have seen a collaboration between the Orchestra Mozart and the Orchestra of Accademia di Santa Cecilia in Rome, where Abbado wrought supernatural magic in Tchaikovsky's The Tempest and was warmly embraced at the end by president Giorgio Napolitano. It came as no surprise when last August Napolitano appointed him senator for life.

Abbado's breadth of interests and curiosity remained a constant: a start had been made on planting the 90,000 magnolias that he suggested for Milan in 2008; later, deeply impressed by Michael Haneke's film The White Ribbon, he earmarked him as the ideal collaborator for a putative production of Berg's Wozzeck.

The awards and honours garnered throughout the conductor's life would be as impossible to list as the number of truly outstanding performances with orchestras and opera companies throughout the world. What remains are the films and the discs, equalling in their mastery and outshining in their breadth those of his equals, Furtwängler and Toscanini.

Abbado's first marriage ended in divorce. He is survived by his second wife, Gabriella Cantalupi, and their son, Sebastiano; by Daniele and Alessandra; by Misha, his son with the violinist Viktoria Mullova; and by his brothers, Marcello and Gabriele, and his sister, Luciana.

• Claudio Abbado, conductor, born 26 June 1933; died 20 January 2014.
by theguardian.com

Claudio Abbado, an Italian Conductor With a Global Reach, Is Dead at 80

Claudio Abbado, a conductor whose refined interpretations of a large symphonic and operatic repertory won him the directorships of several of the world’s most revered musical institutions — including La Scala, the London Symphony Orchestra, the Vienna State Opera and the Berlin Philharmonic — died on Monday at his home in Bologna, Italy. He was 80.

Raffaella Grimaudo, a spokeswoman for the Bologna mayor’s office, announced the death without giving a specific cause, saying it followed a long illness.

President Giorgio Napolitano of Italy paid tribute in a statement, saying Mr. Abbado had “honored the great musical tradition of our country in Europe and all over the world.”

Mr. Abbado was known for the directness and musicality of his performances. He almost always conducted from memory, insisting that using the score meant that he did not know the work adequately.

He was a particularly lyrical interpreter of Mahler, whose richly emotional language he had absorbed as a student in Vienna. But he was also a distinguished conductor of Mozart, Beethoven and Schubert, and he had a flair for Russian symphonic music.

Reviewing a Beethoven concert by the Berlin Philharmonic in New York City in 2001, Bernard Holland wrote in The New York Times: “Much-performed music needs different approaches in order to survive, and Mr. Abbado had his own. First, any sound worth making must be a beautiful one. Beethoven’s rough surfaces are sanded and polished to a shine. The sweep of a melodic line takes precedence over the absolute clarity of inner voices.”

In the opera house, Mr. Abbado’s repertory was similarly broad: He made his professional debut with Prokofiev’s “Love for Three Oranges,” in Trieste in 1958, and had successes with productions of Mussorgsky’s “Boris Godunov” and “Khovanshchina.” His repertory included Mozart and Wagner, but his specialties were Rossini and Verdi, whose music he performed with respect for the artistry they embody rather than the showmanship they allow, which he disliked.

Like other opera conductors who came of age after World War II, he preferred to perform Verdi and other Italian Romantics in modern scholarly editions, in which opera house traditions like interpolated high notes were eliminated and material that had been cut was restored. In the mid-1970s, for example, he began to present the restored, five-hour version of Verdi’s “Don Carlos.” And his 1984 Pesaro Festival performance (and subsequent recording) of Rossini’s long-lost “Il Viaggio a Reims” helped find that work a place in the repertory.

Contemporary music was close to Mr. Abbado’s heart as well. He maintained a fondness for the music of Schoenberg, Berg and Webern and championed new works by Luigi Nono, Krzysztof Penderecki, Goffredo Petrassi, Karlheinz Stockhausen, Pierre Boulez, Luigi Dallapiccola and Giacomo Manzoni.

Mr. Manzoni’s “Atomtod” — a piece performed entirely in the dark — was an early success for Mr. Abbado when he conducted it at the Salzburg Festival in 1965, and he gave premieres and made first recordings of several other modern works. After he was made general music director of the city of Vienna, in 1987, one of his first projects was to establish the Wien Modern festival.

It was a point of pride for Mr. Abbado that he never actively sought the music directorship of any orchestra. But directorships came his way anyway.

In 1980, it was widely reported that the Chicago Symphony had tapped him to succeed Georg Solti in 1982. It didn’t happen that way; Solti remained on the podium for several more years. But in 1982 Mr. Abbado was named principal guest conductor in Chicago, a post he held until 1985.

In 1989 he was again the favored candidate of a top American orchestra, the New York Philharmonic, where he had been an assistant conductor early in his career. Just when negotiations reached the point where Mr. Abbado was reported to be looking for an apartment in Manhattan, the Berlin Philharmonic named him to succeed Herbert von Karajan as its music director. He held that position until 2002.

In interviews, Mr. Abbado was often guarded and succinct. But he had strong opinions on many subjects, and when he felt comfortable he would discuss them with the same incisiveness that he brought to his music making. About the relationship between politics and art, for example, he told a Times interviewer:

“In life every man has to take a position. When people say, ‘Oh, he is a musician, why should he talk about politics?’ this is stupid. I did a concert against fascism in Italy at La Scala. It was at the time of the election, and the fascists were very strong. In Italy, the opposition to fascism is communism, but it is not like it is in America.

“I myself, however, belong to no party. I voted for the Communists simply because they were the opposition to the fascists. But I disagree with both Italian and Russian communism on many things. My line is very clear. I am for freedom. Everything that is not for freedom I protest.”

Mr. Abbado was born in Milan on June 26, 1933, to a family that traced its roots in the city to the 13th century. His father, Michelangelo, was a violinist and teacher at the Giuseppe Verdi Conservatory in Milan; his older brother, Marcello, became the director of the school.

Claudio began his musical studies on the violin and piano with his parents when he was 8, but he quickly set his sights on the podium. The pivotal moment, he said, came during a performance of Debussy’s “Nocturnes” by the orchestra of La Scala. He was further encouraged when Leonard Bernstein came to Milan in 1949 to conduct a performance in which Mr. Abbado’s father was the violin soloist. Bernstein reportedly told the young musician that he had “a conductor’s eyes.”

While a student at the conservatory in Milan, Mr. Abbado spent the summer studying with Friedrich Gulda at the Salzburg Festival in 1955, and with Alceo Galliera and Carlo Zecchi at the Accademia Chigiana, in Siena, Italy, in 1956 and 1957.

In Siena he became friendly with two other conservatory students, Zubin Mehta and Daniel Barenboim, who would go on to distinguished conducting careers of their own. Mr. Mehta persuaded Mr. Abbado to join him as a student of Hans Swarowsky at the Vienna Academy. In 1958, the two went together to the Berkshire Music Center at Tanglewood, where Mr. Abbado won the Koussevitzky Prize for young conductors.

Back in Italy that same year, Mr. Abbado joined the faculty of the Parma Conservatory as a chamber music instructor. It was also in 1958 that he made his opera conducting debut in Trieste. He made his debut at La Scala in 1960, in a concert of works by Alessandro Scarlatti to celebrate the composer’s tricentennial. He also organized a chamber orchestra of his own, Solisti di Milano.

In 1963, he entered the Dimitri Mitropoulos Memorial International Competition for young conductors and won a one-year assistantship to Bernstein at the New York Philharmonic. The position did not yield many performance opportunities, but when Mr. Abbado returned to Europe, his career took off. A 1965 performance with the RIAS Orchestra in Berlin brought him to the attention of Karajan, who invited him to conduct the Mahler Symphony No. 2 at Salzburg that summer and arranged for his Berlin Philharmonic debut in 1966.

Mr. Abbado was named music director of La Scala in 1968 and held the position until 1986, when he became music director of the Vienna State Opera. He also made debuts at Covent Garden and the Metropolitan Opera in 1968, both in productions of “Don Carlos.”

In 1971 he was appointed permanent conductor of the Vienna Philharmonic and principal guest conductor of the London Symphony. He became that orchestra’s principal conductor, succeeding André Previn, in 1979 and was its music director from 1983 to 1988.

American audiences saw Mr. Abbado primarily when he toured with a European orchestra he directed. Although he said that he admired American orchestral playing, he conducted only a handful of American orchestras, principally the Philadelphia Orchestra, the Chicago Symphony, the Cleveland Orchestra and the New York Philharmonic.

Mr. Abbado was enthusiastic about working with young musicians. In 1978 he founded the European Community Youth Orchestra for musicians 14 to 20 and toured with it several times. When some of the orchestra’s musicians passed the upper age limit and decided to form a new orchestra, the Chamber Orchestra of Europe, Mr. Abbado signed on as artistic adviser and frequent conductor.

He was a prolific builder of orchestras. He formed the Gustav Mahler Youth Orchestra in 1986, and in 1997 he and former members of that ensemble founded the Mahler Chamber Orchestra, a touring ensemble. In 1992, he co-founded Berlin Encounters, a project that brought together young musicians and experienced players. He founded the Lucerne Festival Orchestra in 2003, with players from the Mahler Chamber Orchestra as its core.

Among Mr. Abbado’s many honors were the Gran Croce, Italy’s highest civilian honor, and the Legion of Honor from France.

He was appointed Senator for Life by President Napolitano last August.

In Mr. Abbado’s memory, La Scala said the orchestra, with Mr. Barenboim conducting, would perform the Funeral March movement from Beethoven’s Third Symphony in the hall while it is empty, leaving the doors open, next Monday at 6 p.m. and broadcast it in the Piazza della Scala.

Mr. Abbado disdained the trappings of a modern, media-driven conducting career. As communicative as his podium manner was, he seemed slightly awkward coming on and off the stage. Explaining this in a 1973 interview, he compared himself to the conductor Hans Knappertsbusch, whose habit was to refuse curtain calls.

“I used to be somewhat like that,” he said. “Now I take the time to be polite. Look, I like the reaction of the audience. I’m not sincere if I don’t say that, but it still embarrasses me to take bows. I’m not a showman.”

Correction: January 20, 2014 

An earlier version of this article misstated the year that Mr. Abbado left the Chicago Symphony as principal guest conductor. It was 1985, not 1986.

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Claudio Abbado « a suscité une espèce d'engouement presque mystique »

Le célèbre chef d'orchestre est mort lundi à Bologne, à l'âge de 80 ans, vaincu par un cancer de l'estomac qu'il avait contracté en juillet 2000. Sympathisant communiste, il a marqué par son style anticonformiste tout en dirigeant les plus grandes formations de la planète. Retour sur la carrière du maître italien avec Marie-Aude Roux, journaliste au service Culture du Monde

Le chef d'orchestre Claudio Abbado est mort

Claudio Abbado était un miracle de la musique, un chef d'orchestre inspiré, profond, cultivé, exceptionnel à l'opéra comme au concert et ouvert aux musiquesde son temps. Il était aussi un miraculé de la vie : opéré en juillet 2000 d'un cancerà l'estomac, l'Italien était revenu sur scène, en janvier de l'année suivante, amaigri, vieilli de vingt ans, mais il avait repris ses activités avec une énergie nouvelle et salvatrice. Il déclarait, deux ans plus tard, dans un documentaire de la chaîne Arte : « J'ai appris des choses nouvelles, cette interruption a été une expérience exceptionnelle qui fait que je vois et sens tout de manière différente. » En dépit de nombreuses rémissions, ce cancer aura fini par le vaincre, le 20 janvier, à Bologne, quelques mois après sa dernière apparition publique, le 24 août 2013, au Festival de Lucerne, dans la Symphonie inachevée de Schubert et la Symphonie n° 9 de Bruckner. Claudio Abbado avait 80 ans.

Bel homme à l'austère figure, Abbado dirigeait d'un geste sûr et élégant, mais cette grâce n'avait rien de cosmétique. D'ailleurs, la profondeur de la musique imprimait à son visage des expressions d'une austérité douloureuse et son regard prenait parfois des couleurs d'outre-monde et d'apocalypse, notamment dans la musique de Gustav Mahler, ainsi que le montrent les concerts filmés au Festival de Lucerne (disponibles en DVD), où il retrouvait chaque été, à la fin de sa carrière, l'Orchestre en résidence qu'il avait ressuscité en 2003.

LIBERTÉ SOUVERAINE

Le 25 janvier 2001, à la tête de l'Orchestre philharmonique de Berlin, dont il avait pris les commandes en 1990, Abbado dirigeait le Requiem de Verdi en commémoration du centenaire de la mort du compositeur. En coulisses, quelques heures plus tôt, beaucoup de membres de son entourage professionnel ne cachaient pas leur inquiétude et certains émettaient même des pronostics négatifs sur la capacité d'Abbado à diriger le concert, voire à « tenir » jusque là. En dépit de cette ambiance mortifère, il dirigea superbement. Mais ce fut un choc pour le public présent ce soir-là - puis, le surlendemain, pour les spectateurs d'Arte qui diffusait le programme - que de voir le juvénile et séduisant sexagénaire transformé en vieillard au visage émacié.

Alors qu'il gravissait lentement et difficilement la rampe qui mène des coulisses au podium, il était impossible de ne pas penser à Herbert von Karajan, son prédécesseur à ce poste, dont les dernières années avaient montré, dans les mêmes lieux, un homme luttant contre la tyrannie d'un corps débilitant. Mais Abbado se remit et reprit de plus belle ses activités. Et le chef passa à autre chose, qui fut l'exercice d'une liberté souveraine : après avoir quitté en 2002 son poste berlinois, laissant la baguette à Simon Rattle, Claudio Abbado allait sedélester des obligations liées à des institutions aussi prenantes que celles dont il avait eu la charge au cours de sa belle carrière (il avait auparavant été chef permanent, directeur musical et directeur artistique de la Scala de Milan de 1968 à 1986 ; chef permanent puis directeur musical de l'Orchestre symphonique de Londres de 1979 à 1989 ; directeur musical de l'Opéra de Vienne de 1986 à 1991).

LA VÉRITÉ ENTRE LES NOTES

Plutôt que d'accepter les invitations des grands orchestres et opéras internationaux, il continua de travailler prioritairement avec des formations non permanentes aux effectifs allégés, comme l'Orchestre de chambre de l'Europe ou le Mahler Chamber Orchestra, avec lesquels il enregistra et réenregistrera avec une vitalité nouvelle des œuvres classiques de son répertoire, comme les symphonies de Haydn, Beethoven (et son opéra Fidelio) ou Schubert (pour Deutsche Grammophon, son principal label discographique).

Cette vitalité n'était pas seulement due à l'« expérience exceptionnelle » procurée par la rémission de sa maladie, mais aussi à une capacité à se remettre en question. « Comme je suis d'une nature curieuse, j'apprends toujours », aimait-il àdire. Bien avant la vogue « baroqueuse », Abbado avait coutume de consulter les manuscrits autographes où des détails non respectés par les éditions courantes livraient d'éclairantes informations. Pour autant, le chef ne faisait pas religion de l'Urtext (« texte original ») et, en musicien pragmatique, n'hésitait pas à rappelerl'importance aussi grande des premières éditions, corrigées par les compositeurs, lesquelles proposaient une couche d'information supplémentaire.

Pour Abbado, les mouvements métronomiques n'étaient pas une injonction, mais une indication. La vérité se trouvait entre les notes et surtout, disait-il au mensuelDiapason en 2003, dans « la relation entre les tempos des différents mouvements telle qu'elle s'exprime à travers les indications métronomiques. » Abbado, en instinctif, aura compris l'enseignement des interprétations philologiques sans enfaire un dogme ni une langue apprise par serinage.

RÉVÉLATION « MAGIQUE »

En 2004, il allait plus loin encore en contribuant à la fondation du Mozart Orchestra avec lequel il observera les principes du jeu « à l'ancienne » comme en témoigne son deuxième enregistrement, pour Deutsche Grammophon, du Stabat mater de Pergolèse puis ceux, dégraissés et « volando » (une expression qu'il affectionnait), des concertos pour violon de Mozart avec le « baroqueux » Giuliano Carmignola, toujours pour le label au cartouche jaune.

La profonde musicalité de l'Italien avait convaincu de nombreux concertistes connus de venir jouer dans les rangs de l'Orchestre du Festival de Lucerne, fondé par Arturo Toscanini en 1938, qu'il avait relancé en 2003, constitué pour l'essentiel de chefs de pupitres et solistes des plus grands orchestres internationaux. On y voyait la violoncelliste russe Natalia Gutman, les membres du Quatuor Hagen et du Quatuor Alban Berg, et la clarinettiste allemande Sabine Meyer. Certains d'entre eux n'avaient jamais joué dans un orchestre et découvraient ainsi les délices du zuzammen musizieren (« Musiquer ensemble »), expression allemande qu'aimait Abbado et emblème de son idéal artistique.

Durablement marqué par la violence humiliante d'Arturo Toscanini quand, encore enfant, il l'avait entendu répéter, Abbado allait détester pour toujours les comportements autoritaires. Il dira aussi souvent combien il avait été transformé, à l'âge de sept ans, par l'audition des Nocturnes de Debussy par un autre chef italien, moins connu, Antonio Guarneri. Après cette révélation de l'orchestre, qu'il qualifia souvent de « magique », le jeune Claudio, né le 26 juin 1933 dans unefamille de musiciens (son père était violoniste, sa mère pianiste), sut qu'il deviendrait chef d'orchestre.

CONTRE LES FAUSSES TRADITIONS

Partisan du dialogue, Abbado ne s'en laissait pas pour autant conter. Ainsi, encore peu connu, tiendra-t-il tête aux musiciens de l'Orchestre philharmonique de Berlin ou de Vienne qui s'enferraient dans de fausses traditions et lui reprochaient d'êtretrop italien pour comprendre vraiment la culture germanique – lieu commun hélas ! encore vivace. Or, l'Europe centrale était la passion même d'Abbado, homme cultivé qui parlait couramment l'Allemand et avait fait ses études à Vienne chez Hans Swarowsky, dans la classe duquel il se liera d'une indéfectible amitié avec le chef d'orchestre indien Zubin Mehta. En 2000, Claudio Abbado claquera la porte de l'Orchestre philharmonique de Vienne parce que, au Festival de Salzbourg, les musiciens n'étaient jamais les mêmes en fosse d'une répétition ou d'une représentation à l'autre.

C'est à Salzbourg, pendant un cours d'été de Friedrich Gulda, en 1955, qu'Abbado, qui étudait encore le piano, rencontre la pianiste argentine Martha Argerich. Elle deviendra une amie pour la vie et c'est d'ailleurs grâce à Argerich, qui avait obtenu un contrat d'exclusivité avec Deutsche Grammophon après son premier prix au Concours Chopin de Varsovie, en 1965, qu'il entrera dans l'écurie prestigieuse de la firme hambourgeoise – Deutsche Grammophon s'apprête d'ailleurs à faire paraître un formidable enregistrement fait avec elle, en mars 2013, de deux concertos de Mozart.

Claudio Abbado avait très jeune enseigné (la musique de chambre notamment) mais il préférait former les jeunes musiciens (il contribua à créer, en 1978, l'Orchestre des jeunes de la Communauté européenne) et soutenir activement de jeunes collègues qu'il considérait comme particulièrement doués. Ainsi devait-ilencourager les débuts du chef britannique Daniel Harding (à qui il allait proposer, en 1998, au Festival d'Aix-en-Provence, de partager la direction des représentations de Don Giovanni dans la mise en scène de Peter Brook) ou, plus tard, ceux du Vénézuélien Gustavo Dudamel. Quand, à nouveau hospitalisé, il dutannuler ses concerts de la fin du printemps et du début de l'été 2010 (dont ceux qui allaient marquer, en juin, son retour tant attendu à la Scala de Milan), Abbado imposa son remplaçant, Diego Matheuz, un autre jeune chef vénézuélien de 25 ans, encore inconnu.

COMPAGNON DE ROUTE

Ce goût des autres, Abbado le devait à sa famille, qui eut une conduite généreuse et courageuse pendant la seconde guerre mondiale, et à son engagementpolitique. Compagnon de route des communistes, le chef ne prit jamais sa carte au parti, contrairement à son ami le compositeur Luigi Nono (1924-1990), auquel le liait une intimité qui se passait de mots. « J'ai toujours détesté l'idée d'appartenirà un parti, confiait Abbado à DiapasonIl faut être libre. C'est pour cela qu'en 1968 […] j'ai protesté contre l'entrée des Russes à Prague. C'était terrible mais personne n'en parlait parce que ce n'était pas bon pour les partis de gauche… »Ce qui ne l'empêchera pas de se produire dans des usines avec l'Orchestre de la Scala, ses amis Nono et le pianiste Maurizio Pollini. « Les gens n'avaient jamais entendu la musique de Nono mais ils n'avaient jamais entendu non plus l'“Eroïca” de Beethoven ! », dira-t-il.

Cette folle utopie d'une musique savante partagée par tous n'était-elle qu'une grande illusion ? Abbado fit en tout cas tout pour que la Scala de Milan, sous son mandat de directeur musical, devienne un lieu plus démocratique, accessible aux moins aisés. Peu friand d'entretiens avec la presse, Claudio Abbado n'était pas très disert en matière de discours sur la musique. Il l'expliquait, l'éclairait en la faisant. Pour tout livre de souvenirs, il n'aura laissé qu'un discret témoignage sur son métier en publiant, comme l'avait fait sa propre mère, un livre pour enfants, Je serai chef d'orchestre (L'Ecole des loisirs, « Archimède », 2007).

By Le Monde.fr

Mort de Claudio Abbado, chef d'orchestre visionnaire

DISPARITION - Le célèbre chef d'orchestre italien est mort ce lundi, à l'âge de 80 ans. Il avait la particularité de tout diriger par cœur, y compris les opéras les plus longs. Sa gestuelle élégante en a inspiré plus d'un.

Après Karajan, Claudio Abbado est le chef qui aura occupé les postes les plus prestigieux du monde musical européen. Sans déclarations fracassantes, sans faire la une de la presse people. Et sans jamais négliger de mettre son talent et sa notoriété au service de la relève et de la modernité.

Né en 1933, ce Milanais d'origine sarde com­mence par étudier 

le piano et l'orgue auprès de ses parents musiciens. Mais, tout enfant déjà, c'est en voyant Antonio Guarnieri diriger les Nocturnes de Debussy qu'il prend conscience qu'il veut devenir chef d'orchestre. Les prix qu'il obtient, notamment à Tanglewood, où enseigne Leonard Bernstein, ne lui montent pas à la tête: il préfère continuer à étudier. Le berceau de sa formation sera Vienne, où il est l'élève du grand pédagogue Hans Swarowsky. Avec son condisciple Zubin Mehta, il se faufile dans les chœurs, l'occasion de chanter sous la direction de Bruno Walter ou Karl Böhm: il y a pire poste d'observation.

La trentaine venue, la patience paie: les contacts se nouent avec les futurs centres de gravité de son parcours. En 1965, il dirige la symphonie«Résurrection», de Mahler pour ses débuts au Festival de Salzbourg avec le Philharmonique de Vienne, à l'invitation de Karajan: l'œuvre restera son cheval de bataille, l'Orchestre fera de lui son invité permanent, bien avant d'en faire son directeur. Au même moment, il fait ses débuts à la Scala de Milan, dans sa ville natale: le temple de l'art lyrique le nommera chef principal en 1969 et directeur artistique en 1971, pour quinze années restées dans toutes les mémoires.

Partout, il imprime sa marque. L'amour de l'opéra, avec une prédilection pour Rossini et Verdi (il aura toujours un rapport difficile à Mozart), mais aussi pour les œuvres phares de la modernité, comme Wozzeck. Refusant la routine du théâtre lyrique, il accorde un soin extrême à ses réalisations: des partitions conformes à l'original, des distributions de haut vol, une attention particulière accordée à la dimension théâtrale, dont témoigne sa complicité avec des metteurs en scène de génie comme Giorgio Strehler ou Jean-Pierre Ponnelle. Dans les années 1970, la Scala devient le fer de lance d'une conception moderne de l'opéra. Modernité aussi dans le répertoire: Abbado ne manque jamais une occasion de promouvoir la musique contemporaine, notamment celle de Luigi Nono, qu'il défend avec son ami le pianiste Maurizio Pollini. Proche du Parti communiste sans y avoir jamais adhéré, il est alors un des premiers à donner des concerts dans les usines et les prisons, tentant de décloisonner la musique classique.

Siège éjectable

À la tête du London Symphony ­Orchestra de 1979 à 1986, il quitte la Scala, remplacé par son rival Riccardo Muti, pour prendre le poste le plus envié et redouté du monde musical: directeur de l'Opéra de Vienne, la ville de ses études. On crée même pour lui le poste de «directeur général de la musique de la ville de Vienne», ce dont il profite pour créer un festival de musique contemporaine dans cette cité très conservatrice. Mais il n'échappe pas à la réputation de siège éjectable de cette fonction: dans un théâtre habitué à pratiquer l'alternance de spectacles enchaînés sans répétitions, il veut réduire le nombre de productions pour en améliorer la qualité, mais se heurte aux habitudes ­viennoises.

Qu'à cela ne tienne: une place encore plus prestigieuse lui tend les bras. En 1989, la mort de Karajan, dieu de la musique classique depuis quarante ans, laisse vacante la direction du Philharmonique de Berlin. Contre toute attente, c'est le discret Abbado qui fait l'unanimité des musiciens (Lorin Maazel, qui avait déjà convoqué une conférence de presse pour remercier l'Orchestre de l'avoir choisi, en a avalé son chapeau). En un peu plus de dix ans, Abbado fait évoluer en douceur un Orchestre que l'on croyait immuable: le son devient plus clair, plus léger, le répertoire s'ouvre à la musique moderne. Le chef devient ès qualités directeur du Festival de Pâques de Salzbourg, où il peut enfin s'attaquer aux opéras de Wagner qu'il a contournés jusqu'alors.

Mais, en 2000, c'est avec consternation qu'on le voit à la télévision diriger leRequiemde Verdi: il n'a que la peau sur les os. Victime d'un cancer, il semble perdu, mais déjoue tous les pronostics. Non seulement, il vit et dirige encore pendant dix ans, mais il est transfiguré: lui dont on pouvait parfois trouver la direction un peu trop objective, au détriment de l'émotion, est devenu un chef visionnaire, dont chaque concert est un événement spirituel autant que musical.

En 2003, un an après avoir cédé la direction du Philharmonique de Berlin à Simon Rattle, il crée sa propre phalange: l'Orchestre du Festival de Lucerne, réunissant une fois par an l'élite des musiciens européens. De cette réunion d'individualités, il fait une fabuleuse communauté. Ce n'était pas la première fois qu'il se faisait bâtisseur. Passionné depuis toujours par la relève, il avait soutenu la création de l'Orchestre de chambre d'Europe à partir d'un noyau issu de l'Orchestre des jeunes de la Communauté européenne, avant de fonder en 1985 le merveilleux Orchestre des jeunes Gustav Mahler.

Là comme ailleurs, il applique la même méthode. Les musiciens le trou­vent plutôt ennuyeux en répétition, faisant travailler des bribes de partition sans qu'il soit possible de voir où il veut en venir. Mais, au concert, tout s'éclaire, et les musiciens atteignent un niveau dont ils ne se croyaient pas capables. Cerveau musical exceptionnel, il dirigeait tout par cœur, y compris les opéras les plus longs et les partitions les plus complexes, et sa gestuelle élégante (la souplesse de la main gauche!) en a inspiré plus d'un dans la génération actuelle de ses poulains, de Daniel Harding à Gustavo Dudamel.

Mais l'homme restait secret, sa voix douce et son air de s'excuser d'être là cachant une volonté et une habileté sans laquelle cette carrière au sommet n'aurait pas été possible.

Abbado, le concert de l'année

Homme pudique et discret, Claudio Abbado aura eu l'une des carrières de chef d'orchestre les mieux remplies du XXe siècle. Après Karajan, il est celui qui aura occupé les postes les plus prestigieux du monde musical européen. Sans déclarations fracassantes, sans faire la une de la presse people. Et sans jamais négliger de mettre son talent et sa notoriété au service de la relève et de la modernité. On se souvient de lui créant 

des œuvres de Luigi Nono avec son ami le pianiste Maurizio Pollini, dans les années 1970, et créant des orchestres de jeunes qui deviennent des pépinières où les grandes phalanges internationales recrutent la relève. En 2000, alors qu'il a déjà été directeur musical de la Scala de Milan, de l'Opéra de Vienne et du Philharmonique de Berlin, sans doute les trois fonctions les plus enviées du monde musical international, il tombe gravement malade. Retransmis en direct de Berlin, le Requiem de Verdi est un choc bouleversant. En voyant le maestro, pâle et émacié, on ne peut s'empêcher de se dire qu'il n'y en a plus pour longtemps, même si l'on chasse vite cette pensée morbide. Puis, peu à peu, s'il ne se remplume pas, sa santé reprend le dessus. En 2003, il fonde à Lucerne un nouvel orchestre, composé de ses amis et destiné à se réunir une fois par an. Pour les amateurs de musique symphonique, le Festival de Lucerne devient dès lors l'endroit où il faut aller. Car Abbado, comme transfiguré par l'expérience de la maladie, est devenu un autre homme et un autre musicien : lui dont on pouvait parfois trouver la direction un peu trop objective, au détriment de l'émotion, est devenu un chef visionnaire. Chaque concert est un événement spirituel autant que musical. Bientôt, la renommée de l'orchestre est telle que des tournées s'organisent : pour le bonheur des Parisiens, la Salle Pleyel figure sur leur itinéraire. Après avoir fait le tour des symphonies de ­Mahler (une minute et demie de silence après la IXe l'an dernier…), c'est avec l'immense architecture de la V e de Bruckner qu'il passe à Paris avec ses complices de Lucerne : gageons qu'il saura la rendre humaine et lumineuse, loin des intimidantes cathédrales gothiques.

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  • Un orchestre sur mesures

    Abbado a toujours été un créateur d'orchestres. De jeunes, d'abord, avec le Gustav Mahler Jugendorchester. D'élite, ensuite, avec l'Orchestre du Festival de Lucerne : colonie de vacances qui réunit l'ancien violon solo du Philharmonique de Berlin, l'ancien violoncelle solo du Philharmonique de Vienne, l'ancienne flûte solo du Concertgebouw d'Amsterdam, les membres du Quatuor Hagen et d'autres solistes d'exception qui ne font de l'orchestre que pour le plaisir.

    Stravinsky Firebird - Abbado Lucerne Festival Orchestra

    Stravinsky The Firebird, conductor Claudio Abbado


    El primer ensayo de la obra que la Sinfónica "Simón Bolívar" de Venezuela, la Orquesta Radio France, bajo la dirección del maestro Gustavo Dudamel, en la Catedral de Notre Dame, este martes, comenzó con un minuto de silencio en homenaje al recién fallecido director mundial Claudio Abbado, quién fue uno de los mayores impulsores y promotores del Sistema de Orquestas y Coros Juveniles e Infantiles de Venezuela en todo el mundo.



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