Popular Posts las pequeñas imagenes

meneghino ©. Con la tecnología de Blogger.

Blogger templates

Blogger news

www.facebook.com/Meneghino-1241104175997286/

VERDE

correspondenciAs

conAdios Franca Rame


Franca Rame ·· Lo Stupro

Franca Rame ·· Sesso? Grazie, tanto per gradire...

Franca Rame & Dario Fo ·· Dramma coniugale



Franca Rame, prima di diventare musa e compagna di Dario Fo in mille battaglie del teatro d'impegno, imparò il mestiere con la compagnia viaggiante del padre, Domenico, con cui improvvisava grandi classici e scenette della commedia dell'arte in comuni sperduti della Lombardia profonda. Ecco come ci raccontava i suoi esordi in un'intervista del 2004.
«Sono nata a Parabiago per caso. La mia famiglia quel giorno si trovava lì per uno spettacolo». In tema di teatri viaggianti e carri di Tespi, commedie dell' arte e arti scomparse, Franca Rame ha tutti i titoli per intervenire. La compagna di Dario Fo proviene infatti da una famiglia di marionettisti, burattinai e attori che, a partire dal 1600, iniziarono ad attraversare cittadine e frazioni lombarde, emiliane e venete per stabilirsi infine a Varese con la loro compagnia di giro. Ricorda Franca Rame: «In realtà non avevamo un vero e proprio carro di Tespi, ma un "teatro viaggiante". Ogni mattina partivamo da Varese per andare a Casorate, a Dairago o al paese di turno. Si montava il palcoscenico in legno. Le quinte erano due rotoli che stendevamo noi, opera di Lualdi, pittore che aveva lavorato per la Scala». E iniziava così lo spettacolo, con il padre Domenico e la madre Emilia, gli zii, le zie e attori scritturati per l' occasione. «Mettevamo in scena un po' di tutto - racconta - dalla commedia dell' arte ai classici di Shakespeare. Adattati all' occorrenza perché mio padre sapeva di aver a che fare con un pubblico fatto di persone semplici». E per accattivarsi le simpatie degli spettatori, la compagnia Rame sapeva ricorrere anche a qualche furbizia maturata in anni di mestiere: «Uno della famiglia - sorride Franca - andava al paese dove ci saremmo dovuti esibire e orecchiava storie e leggende che giravano da quelle parti, mariti cornuti e santi patroni. Detto fatto. Qualche giorno dopo diventavano il canovaccio sui cui avremmo improvvisato». Franca Rame - debutto in scena a otto giorni, interprete della figlia neonata di Genoveffa di Bramante, saga cavalleresca - ha fatto questa vita («Si lavorava 363 giorni all' anno, festa dell' Ascensione e 2 novembre esclusi») fino al 1951, quando entrò nella compagnia di prosa di Tino Scotti. Vent' anni in tutto, fondamentali per la sua formazione, perché la Rame ha conosciuto l' impegno sociale ben prima dell' incontro con Fo («Mio padre, socialista militante, ci portava nelle fabbriche occupate e gli incassi dei nostri spettacoli andavano alla costruzione di asili»). E ancora anni dopo, quando con il marito girava per tutti i teatri d' Europa, se si trovava a passare per il Varesotto,la gente la indicava dicendo «tela lì, la figlia del Domenico Rame...».

 Matteo Cruccu










DARIO FO - «Il sole sta quasi per sorgere». «La mia non sarà un'orazione funebre, ma un commiato», «modellata dal Creatore in un'argilla fine e delicata».
«Ci vorrebbero tante donne come lei? Me ne basterebbe un'altra».

IL FIGLIO JACOPO -  «rapita e massacrata» .  «C'erano servizi dello Stato deviati, ci furono marescialli dei carabinieri che brindarono quando mia madre fu stuprata».

CELENTANO  -  «la donna che più di tutte mi ha colpito per la sua bellezza»; «Adesso lei se ne è andata, lasciando solo il suo Dario»,  «a differenza di tanti "credenti", sono rimasti fedeli alla rituale frase pronunciata dal prete quando due si sposano: "promettete di rimanere uniti fino a quando morte non vi separi"».
GRASSO - «È con profondo dolore che ho appreso la notizia della tragica scomparsa di Franca Rame. Il mondo del teatro e l'intero Paese hanno perso una delle figure femminili più importanti della vita artistica e culturale degli ultimi decenni» , «Con umanità e coraggio è riuscita sempre a trasmettere al pubblico, in maniera straordinariamente espressiva, personaggi ed emozioni, fondendo l'arte e la vita».
ESCOBAR - «La sua eredità è l'impegno civile che diventa teatro e il teatro che diventa impegno civile»; «Lei e Dario Fo erano una coppia indivisibile nella vita e nel lavoro. Decideremo insieme a Dario cosa fare per lei»,  «ha lavorato fino agli ultimi giorni».
LERNER: «L'ATTENZIONE AGLI ALTRI» -«persona che mi è cara e familiare fin dall'adolescenza», «il rapporto di coppia appassionato e fecondo con Dario, restando un passo indietro anche quando era lei a indicare la via. E questa via era sempre quella del coraggio e della generosità, dell'attenzione agli altri, della sfida contro le ingiustizie», «la sua voce roca mi risuona dentro e non potrò dimenticarla. Un abbraccio a Dario e a Jacopo»
BAUDO:  «con Franca Rame va via una parte d'Italia combattiva, che prendeva posizione e si schierava. Non era soltanto un'attrice ma una donna che difendeva le ragioni femminili, era una linea di difesa contro la violenza degli uomini sulle donne»; «Per lei e Fo il teatro politico è stata una scelta. E Franca ne ha patito anche le conseguenze: è stata violentata e ha sofferto tanto»; «In compagnia dimenticava il suo aspetto battagliero ed era molto simpatica. Oltre ad essere una delle più belle donne che ci sono state sul palcoscenico».

Addio a Franca Rame. L'attrice, sposata con Dario Fo, era malata da tempo. È morta a Milano, nella sua casa in Porta Romana. L'allarme, mercoledì mattina alle 8.50 quando è stato chiamato il 118. I soccorritori hanno spiegato di aver tentato di rianimare l'attrice ma di non aver potuto far altro che constatarne, poco dopo, la morte. Franca Rame, era stata colpita da un ictus il 19 aprile dello scorso anno sempre nella sua casa. In quella circostanza era stata trasportata al Policlinico dove era rimasta ricoverata per diversi giorni. La sua è stata una vita dedicata al teatro, ma anche all'impegno politico e civile.

LA VITA - Nata a Parabiago nel 1929, comincia la sua carriera appena nata. Infatti faceva la neonata durante gli spettacoli della compagnia di famiglia. Entrambi i genitori lavoravano nel mondo dello spettacolo. Poi negli anni 50 con una delle sorelle ha lavorato nella rivista di Marcello Marchesi e allo spettacolo «Ghe pensi mi». Pochi anni dopo il bivio. Nel 1954, sposa Dario Fo nella basilica di Sant'Ambrogio, dal matrimonio nasce un figlio, Jacopo. Un'unione non soltanto privata, i due stringono un'alleanza che li porterà singolarmente e in coppia a siglare numerose pagine della storia italiana. A partire dal profilo culturale, con la creazione nel 1958 della Compagnia Dario Fo-Franca Rame destinata ad un rapido e significativo successo.

LA POLITICA - Ed è sempre insieme che scoprono la passione politica e civile. Entrambi abbracciano il '68. Esperienza che poi la porta a unirsi alle file del movimento femminista negli anni 70 e una emancipazione dal marito. Comincia a scrivere e recitare da sola i suoi testi, specie quelli incentrati sulla denuncia del ruolo della donna. «Parliamo di donne» era del resto il titolo di un suo fortunatissimo dittico, due atti unici, «L'eroina» (sulla droga), «La donna grassa», e il suo «Tutta casa, letto e chiesa» . Tanti successi e anche i drammi. Come il rapimento e lo stupro nel 1973 da parte di cinque neofascisti. «Ho subito ogni tipo di violenza», scriveva l'attrice sul suo sito. Il reato è andato in prescrizione dopo 25 anni. E proprio da questa esperienza nasce un lavoro: «Lo stupro». Prima in teatro, poi in televisione. Franca Rame va da Celentano, a «Fantastico», e lo recita in diretta. Nel 1999 ha ricevuto anche lei la laurea honoris causa da parte dell'Università di Wolverhampton, insieme a Dario. Il suo impegno politico, sentito sempre come la sua vera vocazione, la porta ad accettare di essere candidata nelle elezioni politiche del 2006 capolista al Senato per L'Italia in sei Regioni, quando viene eletta senatrice in Piemonte e, poco dopo, Antonio Di Pietro la propone come Presidente della Repubblica (ricevette 24 voti). Ma poi, indipendente e incapace di accettare compromessi troppo vistosi, lascia il Senato due anni dopo.

LA CRISI - Insieme per quasi sessant'anni «con gli alti e bassi» raccontò lei. Poi intorno ai 50 anni di lui, «come succede a molti uomini a quell'età, comincia a innamorarsi». Lei ne soffre moltissimo, «mi sembrava di essere diventata un pezzo della tappezzeria della casa, un oggetto senza interesse». E prova a uccidersi, «un sabato pomeriggio». Prima una riappacificazione e poi in realtà la separazione. Il matrimonio si salverà con il teatro. Dario Fo butta giù uno spettacolo: «Coppia aperta, quasi spalancata». La loro storia. Il loro amore continua. E il 30 gennaio di quest'anno, Rame nel suo blog sul Il fatto quotidianoscrive una«Lettera d'amore a Dario». Ripercorre la sua vita, racconta aneddoti famigliari. Quella voglia di tornare in teatro e i sentimenti. Poi il tentato suicidio, «non è facile morire». E un desiderio: «Penso anche al mio funerale e qui, sorrido. Donne, tante donne, tutte quelle che ho aiutato, che mi sono state vicino, amiche e anche nemiche…vestite di rosso che cantano “bella ciao”».

Benedetta Argentieri



"Te l'avevo detto che non stavo tanto bene", era la sua frase, quella con cui salutava gli amici e le persone che conosceva. Non era nemmeno un lamento, così, era un refrain. Il refrain di una donna infaticabile, inossidabile, indistruttibile. Una che dalla mattina alla sera correggeva le bozze dei testi del marito, teneva l'economia della compagnia, rispondeva ai giornalisti, si divideva tra i tanti conoscenti che venivano a chiederle aiuto, sostegno, appoggio, spesso anche economico. E che la sera, almeno fino a qualche anno fa, recitava anche con continuità.

Con Franca Rame muore una grande donna. Aveva 84 anni, da qualche mese era caduta, si era fatta male alla spina dorsale e non riusciva più a muoversi bene, stava a letto, si spostava con la sedia a rotelle e questo la faceva soffrire. "Non mi rimetterò mai più in piedi", diceva nelle ultime telefonate agli amici. Ma poi subito dopo attaccava con qualche commento sulla situazione politica, segno che la sua testa era presente, anche sul lavoro visto che proprio Dario Fo l'altro giorno a Repubblica annunciava il progetto di fare insieme uno spettacolo su Maria Callas all'Arena di Verona il prossimo luglio.

Franca Rame aveva cominciato a recitare in fasce: suo padre e sua madre era teatranti, come teatranti erano i loro avi. Giravano per la Lombardia con i loro spettacoli, di piazza in piazza. Franca Rame ricordava quella vita con affetto e piacere, diceva di essersi divertita come non mai, anche perché il padre era uomo di larghe vedute, ma la madre era cattolica e quindi teneva sotto guinzaglio le sue figlie femmine, Pia, che diventerà una delle più grandi costumiste e artefice della più famosa sartoria teatrale degli anni '70, e Franca, bella fin da ragazza, alta, magra, appariscente, una "ragazza che non si può fare a meno di guardare" dirà poi Dario Fo. 

Si conoscono nel 1953: lei era entrata in una compagnia che faceva la rivista. Al Teatro Olimpia di Milano i giovanotti accorrevano a vedere le gambe mozzafiato di questa bionda in scena. In una di queste serate conosce Dario Fo che allora era un giovane attore squattrinato che tentava anche lui fortuna nel teatro. La leggenda vuole che Dario Fo la vede se ne innamora, e comincia a starle appiccicato, ma troppo timido per fare alcunché. 

Allora lei un giorno stufa di questo ragazzone che non si decide, lo prende e lo bacia. Per la cronaca, erano nelle quinte di un teatro. Da allora, Dario Fo e Franca Rame non si sono mai lasciati, a parte un episodio di qualche mese all'inizio degli anni 80, quando Franca con un coraggio da leoni che solo le donne innamorate e disperate hanno, dichiarò in una trasmissione di Raffaella Carrà che divorziava da Dario. Falso. Il proposito durò due mesi. Si erano sposati nel '54, l'anno dopo nasce Dario Jacopo, il figlio, e nel '58 la compagnia Fo-Rame che subito dà un segno diverso al teatro italiano. Era dominato dalla rivista e dal teatro leggero, loro portano l'impegno, i temi civili e sociali, commedie satiriche con cui si fanno beffa dei governi democristiani.

Da allora la loro attività è una messe enorme di cose, attività, spettacoli: tutti la ricorderemo negli Arcangeli non giocano a flipper, lei nella struggente Maria di Mistero Buffo. E soprattutto le commedie, che aveva di fatto scritto lei più di Dario, sulle donne, come Grassa è belloQuasi per caso una donnaLa signora è da buttareTutta casa letto e chiesa. Dove derideva le debolezze femminili ma anche condannava le aggressività maschili. Le loro violenze, che lei aveva pagato di persona, quando il 9 marzo del 1973 a Milano viene sequestrata da un gruppo di fascisti che volevano colpire il suo impegno politico. Per sprezzo, venne abusata e poi abbandonata. Quell'infamia per lei resterà un trauma, prima vissuto nel silenzio, poi coraggiosamente raccontato, ancora una volta grazie al teatro: il pezzo Stupro è una delle più drammatiche, vere, emozionanti, forti, battagliere denunce della violenza maschile contro le donne mai fatte. 

Il teatro e le commedie recitate sono stati la sua vita. "Mio marito ha vinto il Nobel, ma per metà quel premio è mio", diceva con autoironia. Però era vero. Dario Fo non sarebbe stato Dario Fo senza la determinazione, la meticolosità, la precisione di Franca Rame che metteva a posto i suoi testi, parlava con gli editori, ricorreggeva le bozze. E a proposito del Nobel del 1997, era stata Franca a decidere che il lauto assegno venisse interamente devoluto alle famiglie di handicappati che ne avevano bisogno. Un impegno che le era costato anni di fatiche, stress perché, diceva "in questo paese anche fare la beneficenza è un'impresa". 

A questo paese lei ha dato molto: negli anni accesi della contestazione con Soccorso Rosso, di cui era stata l'anima, portando aiuto ai detenuti "politici". Franca Rame c'era in tutte le battaglie civili degli ultimi trent'anni. Per spirito battagliero si era candidata nel 2006 al Senato per l'Italia dei Valori: era stata eletta, aveva tentato di fare pulizia negli sprechi dell'amministrazione pubblica, ma la macchina burocratica è più forte di qualunque impegno. Era rimasta delusa. Un mese fa raccontava: "Sto scrivendo un libro in cui voglio denunciare tutto quello che ho visto nei due anni in cui ho fatto la senatrice. Ho già parlato con un editore, a poco a poco questo libro lo scrivo". Le carte sono lì, ancora una volta la memoria che ci lascia è una denuncia, una battaglia, qualcosa per migliorare questo mondo.

ANNA BANDETTINI


Aunque internacionalmente la vida de la actriz, escritora, periodista y dramaturga Franca Rame, fallecida esta mañana a los 84 años en su casa de Milán, ha estado siempre ligada a la de Dario Fo, hay que destacar que cuando ella le conoce él es pintor e incipiente actor, mientras que ella era una reconocida actriz de variedades.
De hecho fue actriz ya de bebé, cuando actuaba como recién nacida en la compañía teatral que tenía su familia. La intérprete había sufrido un ictus el pasado 19 de abril y había tenido que ser ingresada varios días. Esta mañana a las 8.50 ha tenido una crisis de la que no han podido sacarla los servicios de emergencia.
Rame nació en el pueblo de Parabiago (provincia de Milán) en 1929. Empezó con 20 años a trabajar en el teatro y a partir de de su boda con Dario Fo en 1954 se reinventa en el mundo de los escenarios. En 1958 fundó junto con su marido la Compañía Dario Fo-Franca Rame y desde entonces escribieron juntos decenas de obras y alcanzaron un éxito que compaginaron con la movilización política.
Quienes estuvieron cerca del dramaturgo y actor Dario Fo saben que la vida de Franca Rame ha estado ligada a él hasta el punto de que era una continuación de la de la suya. Quienes le conocen profundamente, saben que la vida de este hombre no tiene sentido sin su mujer. Él era el primero en dejarlo claro, hasta el punto de que cuando le concedieron el Premio Nobel en 1997 insistió hasta la pesadez en que quería recoger el galardón junto a Rame, argumentando que su obra no sería la que era sin la mujer con la que tantas obras había escrito. Una obra que el jurado de los Nobel premió “porque, según la tradición de los comediantes medievales, fustiga el poder y restaura la dignidad de los humildes. Con una mezcla de risa y seriedad abre nuestros ojos a los abusos e injusticias sociales”.

Escribieron juntos decenas de obras y alcanzaron un éxito que compaginaron con la movilización política
Franca animó a Fo a que el dinero del premio, en torno a unos 150 millones de pesetas, se utilizara para crear una fundación llamada El Nobel de los Desvalidos. Desde ese organismo llevaron a cabo acciones como la compra de autobuses para transportar discapacitados. Finalmente la aventura terminó mal porque Rame y Fo vieron que no se utilizaba el dinero en lo que ellos querían. No ocurría así cuando actuaban para recoger dinero que les permitiera a los obreros seguir con sus luchas. “Respaldamos la ocupación de las fábricas por varios meses y los empleados se mantenían con nuestra ayuda. La taquilla de cada noche era para comprarles arroz, vino, todo lo que necesitaban”, comentó Rame a sus compañeros de Remiendo Teatro.
Rame, trabajó ininterrumpidamente con Fo desde 1957 y a partir de 1959 con su compañía estable representan Los arcángeles no juegan a las máquinas de petaco (1959), Tenía dos pistolas con los ojos blancos y negros (1960), Quien roba un pie es afortunado en amores (1961),Isabela, tres carabelas y un charlatán (1963), Settimo ruba un po' meno(1964), La culpa siempre es del diablo (1965), La signora è da buttare(1967)
En 1963 participa en Canzonissima, programa en el cual, también junto a Fo, representan varias escenas que denuncian las irregularidades del sistema político; sin embargo, el programa es censurado y ellos prefieren interrumpirlo para no tener que silenciar sus ideas: a partir de entonces y durante más de veinte años, la pareja no aparecerá nunca en la televisión. Pero sí se convirtieron durante décadas en azote de los poderosos y sobre todo de la Iglesia, el ejército, la policía represiva y Berlusconi. De hecho fueron procesados cuarenta veces por delitos de opinión y las peores consecuencias de aquella persecución las sufrió Franca Rame. Cuando representaban Aquí no paga nadie en la Palazzina Liberty de Milán, Franca fue secuestrada por un grupo de extrema derecha y fue violada brutalmente, llegando a romperle el brazo y dejarla con múltiples e importantes heridas. Ocurrió en los años setenta, en una época en la que su reivindicativa obra fue emulada en la vida real por grupos de mujeres que asaltaron supermercados. El juicio que hubo para castigar ese delito prescribió. Al lado de ese escándalo, que en 1980 les negaran la entrada en Estados Unidos por tener contactos con una organización que apoyaba a presos políticos suena a poco.
A partir de 1968 el matrimonio crea un colectivo teatral independiente que girará por Italia en los circuitos de teatro alternativos con sus propios textos. Ella no sólo fue su compañera durante más de medio siglo, también era la musa, su actriz de cabecera, su representante y coautora de muchas de sus piezas. También escribió textos sobre la condición femenina como Tengamos el sexo en pazPareja abierta o La madre pasota, algunos de ellos escritos conjuntamente con Fo. Rame siempre sostuvo que las gentes de la cultura tenían la obligación de manifestarse: “No pueden quedarse cruzados de brazos, no deben esconderse. No está permitido a los intelectuales, que se consideren como tales, mostrarse indiferentes”.

No pueden quedarse cruzados de brazos, no deben esconderse. No está permitido a los intelectuales, que se consideren como tales, mostrarse indiferentes”.
Franca Rame
Sobre su relación con Fo afirmó en una entrevista: “Desde hace más de cincuenta años vivimos juntos, de la mano vamos y a veces, a patadas, como sucede en cualquier familia que se respete, pero nos hemos querido mucho”. En esa misma entrevista con Remiendo Teatro afirmó: “Comencé a actuar a los ocho días de nacida, en los brazos de mi madre. Soy una hija del arte. Lo he hecho todo. Yo no escogí la profesión, me encontré metida en ella, y cuando he comprendido que podría haber hecho mejores cosas en la vida, era ya una señora anciana. Sigo en esta profesión porque a través ella puedo difundir los discursos en los que creo. A mí, ser actriz por ser actriz no me interesa, me interesa el discurso político que hago circular”.
En España son muchos los profesionales que han puesto en pie obras de la pareja o de Rame, siempre traducidas por Carla Matteini, biógrafa de Fo. Al margen de las escritas sólo por Fo, los textos de Rame han sido puestos en pie por profesionales de la escena como Juan Margallo y Petra Martínez (están haciendo en estos momentos La madre pasota), Magüi Mira, Emilio Hernández, Ángel de Andrés (Pareja abierta), Charo López y José Carlos Plaza (Tengamos el sexo en paz), y muchos muchísimos monólogos, de ella, a veces firmados con Fo, que han sido interpretados por grandes actrices como Esperanza Roy, Rosa María Sardá, Anabel Alonso y muchas otras.
< >

conAdios Little Tony · Cuore Matto ·· Lacrime ·· Riderà ·

conAdios Little Tony 


· Cuore Matto ·




Il cuore matto che ti segue ancora
E giorno e notte pensa solo a te
E non riesco a fargli mai capire
Che tu vuoi bene a un altro e non a me.

Il cuore matto, matto da legare
Che crede ancora che tu pensi a me
Non è convinto che sei andata via
Che mi hai lasciato e non ritornerai!

Dimmi la verità, la verità
E forse capirà, capirà
Perchè la verità tu non l'hai detta mai.

Il cuore matto che ti vuole bene
E ti perdona tutto quel che fai
Ma prima o poi lo sai che guarirà
Lo perderai, così lo perderai.

Dimmi la verità, la verità
E forse capirà, capirà
Perchè la verità tu non l'hai detta mai.

Il cuore matto che ti vuole bene...
Il cuore matto, matto da legare...




  · Lacrime ·


Tu ridi gia' sei certa che 
dopo di te non amero' 
nessuna 
tu te ne vai tu te ne vai 
e gia' lo sai che amo te 
ancora 
anche se nel mondo tanta gente 
sta soffrendo come me 
so che il mio dolore e' piu' grande 
perche' sto perdendo te 

lacrime sul mio viso ora scendono 
le mie mani si tendono 
per te che ora te ne vai 
......................... 
che colpa ho se io non ho 
tutte le cose che da me 
pretendi 
forse le avrai da un'altro che 
nel cuore tuo non contera' 
mai niente 

ma tu non troverai nessuno che 
ti possa amare piu' di me 
e un giorno tu cadrai nel silenzio 
che ora e' sceso intorno a me 

lacrime sul mio viso ora scendono 
le mie mani si tendono 
per te che ora te ne vai 

lacrime 
non mi resta che piangere 
e la colpa e' mia solo mia 
perche' non so darti di piu' 
sorriderai 
anche senza di me 
anche senze di me 
anche senza di me 
anche senza di me



Perché tu, io lo so,
sei migliore di me.
Perché tu le darai
tutto quello che hai.
Perché, finché vivrai,
amerai solo lei,
non farò niente per
riportarla da me.

Riderà, riderà, riderà,
tu falla ridere perché,
riderà, riderà, riderà,
ha pianto troppo insieme a me.

Anche se soffrirò
più di quello che so.
Anche se già lo so
che io mi pentirò.
Anche se lei per me
lascerebbe anche te,
non farò niente per
riportarla da me.



· Riderà ·

Riderà, riderà, riderà,
tu falla ridere perché,
riderà, riderà, riderà,
ha pianto troppo insieme a me.

Riderà, riderà, riderà,

riderà, riderà, riderà,


Ma se tu l'amerai
un po' meno di me.
Ma se tu cambierai
e un altr'uomo sarai.
Ma se tu sciuperai
quel che ho fatto per lei,
giuro che tornerò
e la riprenderò.

Riderà, riderà, riderà,
tu falla ridere perché,
riderà, riderà, riderà,
ha pianto troppo insieme a me.

< >

conAdios · Don Gallo ·· Bella Ciao · Dario Fo

'Todas las veces que hablo con un Cardenal me dice: Rece.
Claro que rezo, cuando me tomo un buen potaje, miro hacia arriba...¿quien sabe si me escucharan?'






Dario Fo · 'Aqui hay dos tipos de arboles...'











Don Gallo, el cura que cantaba Bella ciao

Con toda seguridad, como los curas de san Carlos Borromeo de Entrevías, Madrid, con los que compartió la interpretación del Evangelio, el cura Andrea Gallo, más conocido por Don Gallo, creía en otro tipo de exorcismos ajenos a los del ríspido Rouco para liberar a sus feligreses del maligno, sobre todo si este se llama pobreza y marginación. Don Gallo acaba de fallecer en Italia y todo el país se ha conmovido con su muerte, de la que aquí apenas hemos tenido noticia, sin duda porque no conviene difundir su ejemplo, no vaya a ser que cunda.
Andrea Gallo había llegado a convertirse en uno de los referentes morales de la angustiada izquierda italiana, leo en la información que me da a conocer  su óbito.Don Gallo era muy querido en Italia, tanto por su trabajo a favor de los más pobres como por su libertad de palabra y espíritu contestatario. Genovés, nacido en 1928 y conocido también como el cura rojoel padre de la acera o el cura no-global, ha sido el protagonista de numerosas batallas a favor de los más desfavorecidos. Desde 1975 mantenía en pie, en el puerto de Génova, la comunidad de San Benedicto, que desarrolla proyectos para los marginados, las víctimas de trata y prostitución e iniciativas destinadas a los drogodependientes.
Don Andrea Gallo fue también una de las primeras personalidades públicas italianas en declararse a favor del matrimonio entre personas del mismo sexo. El sacerdotedefendió a las minorías sexuales en numerosas ocasiones, y en una contó incluso que llegó a rezar para que un chico gay encontrara al hombre de su vida. En enero de 2012 lanzó un calendario para promover los derechos de las mujeres transexuales trabajadoras del sexo. Hace cuatr años participó en el Orgullo nacional italiano, que ese año se celebró en su ciudad, Génova. “Estoy aquí con muchos chicos y chicas alegres y felices. Quien celebra el amor no está en contra de nadie. Estos chicos quieren salir del recinto de la homofobia. Hay un homosexual masacrado prácticamente cada día. Estos son ciudadanos que reivindican sus derechos”, afirmó entonces. En el curso de un encuentro organizado hace unos meses por la asociación LGTB “Noi naturalmente”, Andrea Gallo dijo que la homosexualidad es un “don de Dios” y, refiriéndose a los derechos LGTB, añadió que “no puede haber una auténtica democracia si no se reconocen los derechos de todos”.
En las elecciones primarias del centro-izquierda italiano, celebradas en diciembre pasado, Andrea Gallo dio su apoyo al político abiertamente gay Nichi Vendola, que tras el anuncio de su fallecimiento ha celebrado su legado en un emocionado comunicado. Tras la dimisión de Joseph Ratzinger, Don Gallo llegó a defender la elección de un papa homosexual, algo que para él hubiera sido una magnífica noticia.
En un vídeo que ahora corre por las Redes como testimonio de su biografía, que alguien en Italia debería contar por el interés que suscitó su protagonista, Don Gallo canta en su iglesia,  al término de la misa, el Bella Ciao, la reconocida canción partisana con la que la resistencia italiana hizo frente al fascismo y al nacismo, y que según se puede observar entonaban hace tan solo unos meses los feligreses de su parroquia con el mismo entusiasmo que apreciamos en su fallecido pastor.

de Félix Población  




Intervista a Dario Fo: «Don Gallo era l'incontro...»



«Abbiamo perduto un compagno di strada. Era bello camminare con lui accanto, era un contagio di cose buone». Dario Fo, quarant’anni dopo il primo incontro con Don Gallo, quel prete magnifico che in moltissimi ora piangono. 

Hai detto “contagio”?
«Esatto: lasciava tracce, segni. Spiazzava con la bonomia, con la sua apertura totale, era l’incontro, lui era l’incontro...»

Quando l’ha incrociato la prima volta?

«Se ricordo bene, stava lavorando ad un programma di protezione delle donne che si prostituivano. Anche Franca si occupava di questo, per Soccorso Rosso. I papponi di Genova volevano farlo fuori, gli rovinava il mercato quel prete strano».

Strano?
«Strano. Perché standogli accanto avevi la sensazione di avere vicino a te un essere che certamente non poteva essere un prete. Era uomo di pace, eccome, ma stava nel conflitto, lo animava, era di parte, non aveva paura ad essere di parte, invitava gli altri a parteggiare. Eppure, c’era sempre un momento in cui rovesciava il tavolo della dialettica e alla fine ti dava ragione, ti abbracciava, ti diceva che forse magari stava sbagliando lui, e non mentiva».

Giocava il suo ruolo e anche quello di chi magari lo stava contestando?
«Proprio così. Mi parlava spesso dei suoi rapporti con le gerarchie. Mi raccontava che prima di sedersi di fronte a loro – che spesso lo amavano poco – provava a invertire la scena. Si metteva nei panni di chi aveva il potere su di lui, immaginava cosa avrebbe potuto dire, cosa avrebbe provato a difendere, e alla fine si commuoveva, nei panni del vescovo. Pensa che uomo»

Uno come don Gallo ci sta bene nel calderone degli apocrifi di Mistero Buffo?
«Non solo negli apocrifi, ma anche nei Vangeli distillati e ripuliti dalla Chiesa. Degli apocrifi sapeva tutto. Io immaginavo fossero cose che si sapeva, allora, in pochissimi, studiosi. Invece, eccolo che mi recita a memoria brandelli di quelle scritture. Per esempio, quel passo in cui i seguaci di Gesù Cristo dibattono sul ruolo delle donne che pure, prima di Nicea, avevano un grande ruolo nelle comunità cristiane. Poi, sapeva il significato profondo dei Vangeli, di ciò che si nasconde o è stato nascosto dal potere sotto molte parole. Sapeva che i poveri di spirito non sono banalmente individui senza strumenti, ma sono esattamente gli uomini ai quali spetta il diritto di essere considerati umani. Qui sta la rivoluzione del Vangelo, della parola di Cristo e don Gallo ci stava dentro fino al collo. Infatti, era un uomo di azioni, molto più che di parole, sapeva agire, cambiare, spostare».

E non refrattario all’ideologia...
«Era intelligente come pochi, impossibile per lui cadere nella trappola insulsa che è stata sistemata contro le intelligenze del mondo da chi governa il mondo: quante volte ci hanno intimato che l’ideologia è morta, che era malevola, dannosa, pericolosa. Balle, tutte balle: il potere è il primo a cibarsi di ideologia, sempre, e ne produce incessantemente. Ma gli altri devono pensare che non va bene, che è sbagliato alimentare una ideologia. Temono, in realtà, quel pensiero lungo che tende ad opporsi al potere, a contestarlo, a sottrargli autorevolezza. Don Gallo sapeva, e operava, con coscienza di classe, devo dire».

Ecco un’altra dimensione sgradita al potere quanto la coscienza di classe: quella del fare sapendo quel che si fa...
«Due aneddoti, a proposito. Avevo un nipote che si era perso per strada, droga. Chiamo Don Gallo, gli chiedo aiuto. Lui si prende per mano questo nipote e lo porta in montagna, in una comunità dove si lavora, si impara, si convive, si impara a capirsi accanto agli altri. Quattro mesi dopo, mio nipote era “guarito” ed era diventato un tecnico delle viti, del vino. Sta bene. Secondo: vado a Vicenza per protestare contro l’invadenza della base militare americana che sta stringendo la città. Arrivo, cammino, vado a sbattere contro un prete, è lui; è lì per lo stesso motivo; finiamo a cantare assieme, a far teatro come due ragazzi in vacanza. E come fai a dimenticarlo?»


di T. Jop

< >

Strong Feelings ·· paesaggiocritico ~ dedicato al paesaggio ·· “Habemus Vanitas” ·· Bello, interessante e secondo me primo piazzato sul podio dovrebbe essere stato “Habemus Vanitas” di Manuel Muñoz Segura ·· Francesco Tonini ·· Monica Sgandurra ·· “Siamo sulle spine” Antonio Stampanato, Francesco Qualizza, Rocco Repezza ·· “The room” Gianni Puri, Enrica Siracusa e Riccardo Santoro ·· Festival del Verde e del Paesaggio · ROMA ·· Прекрасний сад! ·· ·· это сад ·· цветочных садов ·· Огород ·· плане ··

FVP di Roma 2013 – 

Report 1: il successo annunziato delle Avventure Creative



Si è da poco conclusa la terza edizione del Festival del Verde e del Paesaggio di Roma. Questo anno abbiamo potuto girovagare all’interno del Parco della Musica di Roma più liberamente e senza particolari impegni e quindi abbiamo anche potuto goderci lo spettacolo offerto dai partecipanti durante le belle giornate di sole del fine settimana.
Iniziamo oggi con le prime brevi considerazioni del primo report sull’edizione, che a parere nostro ha offerto, come le scorse edizioni, molte esperienze positive con qualche piccola nota stonata.
Partiamo con la più bella ed interessante delle sorprese: l’edizione delle “Avventure Creative: sedersi in giardino”: è stata, a parere mio, di altissimo livello, con giovani progettisti molto agguerriti coordinati da una giuria attenta e preparata presieduta dal prof. Fabio Di Carlo, che non nascondiamo è stato anche nostro docente di molte sessioni di progettazione del corso di Paesaggio della Sapienza, affiancato da Ciriaco Campus, noto artista romano e direttore artistico del Festiival, e Michela Pasquali, Paesaggista socia AIAPP e fondatrice di Linaria.
Non vogliamo essere di parte, ma quando in un concorso come quello delle Avventure Creative, si vedono molti studenti, laureandi, giovani dottori e laureati provenienti da corsi completi specifici in Architettura del Paesaggio, il livello della qualità delle proposte non avrebbe potuto che essere ottimo.
Avvantaggiate anche da minori restrizioni dimensionali e planimetriche, le Avventure sono state tutte interessanti, suggestive e molto originali. Credo anche che la grande varietà ben centrata proposta dalle avventure abbia oscurato le Follie in questa edizione: piazzate sulla balconata della platea e strette in perimetri sacrificanti, le Follie sono state interpretate più come oggetti di design che come idee per paesaggi folli. Pur se con delle eccezioni che ci sono piaciute e con delle soluzioni a tratti geniali, abbiamo constatato l’inadeguatezza delle stesse Follie, specialmente se confrontate con i due concorsi delle Avventure e dei Balconi, ben più freschi e spumeggianti. Crediamo sempre più fermamente che il paesaggio non si possa caratterizzare efficacemente con dei singoli oggetti, neanche se sono di grande design.
Partiamo con la realizzazione vincitrice del concorso, che anche secondo noi era la più indicata a vincere, “La Panchina di Marcovaldo” di Emanuele Penna, Andrea Penna e Nicole Del Re. L’interpretazione sognante della panchina a tre metri da terra, molto aderente allo spirito del Marcovaldo di Calvino, e la realizzazione impeccabile, con quei bottiglioni capovolti che creavano bolle leggere specchiate nell’acqua, è stata veramente un viaggio fantastico che vorremmo trovare anche in altre realizzazioni in futuro. Grandiosa!
Bello, interessante e secondo me primo piazzato sul podio dovrebbe essere stato “Habemus Vanitas”  di Manuel Muñoz Segura. Quei cipressi che escono dalle sedie sono altrettanto divertenti della Panchina di Marcovaldo, ma meno di impatto. Comunque bellissima idea.


Terzi classificati, secondo noi sono a pari merito, sarebbero stati “Guardallà”dell’Istituto Quasar, “Siamo sulle spine” di Antonio Stampanato, Francesco Qualizza, Rocco Repezza, e “The room”, di Gianni Puri, Enrica Siracusa e Riccardo Santoro.
Queste, come le altre avventure, sono state comunque tutte molto interessanti e piacevoli da vivere. Insomma, ci siamo divertiti molto.
Godetevi la galleria in attesa del secondo report sul FVP 2013.

Habemus Vanitas | paesaggiocritico

http://paesaggiocritico.com/2013/05/22/fvp-di-roma-2013-report-1-il-successo-annunziato-delle-avventure-creative/dsc_2116/
http://paesaggiocritico.com/2013/05/22/fvp-di-roma-2013-report-1-il-successo-annunziato-delle-avventure-creative/dsc_2115/
 “Habemus Vanitas”  meneghino

RISPOSTE A “FVP DI ROMA 2013 – REPORT 1: IL SUCCESSO ANNUNZIATO DELLE AVVENTURE CREATIVE”

caro francesco,
una precisazione.

Nella giuria di Avventure c’era un quarto menbro, Alberto Orioli, vicedirettore del Sole 24 Ore.
Concordo con quello che hai scritto, anche se, pur incontrandoci lì, non non ci siamo parlati al riguardo.
In effetti sia Avventure che i Balconi hanno mostrato una vivacità e sperimentazione che sono mancate nelle Follie.
E qui mi viene da fare una riflessione.
Salvo solo una delle Follie, che aveva una certa assonanza e poeticità rispetto il tema, una visione positiva del momento pesante dell’oggi, che ci trasporta oltre, dentro uno sguardo e una leggerezza danzante che guarda il futuro. Sto descrivendo la Follia di Claudio Bertorelli, naturalmente.
Le altre, beh, lasciatemelo dire, erano perfette per il Fuorisalone di Milano. Lo avevo già capito dalla presentazione dei progetti che c’è stata all’inizio del mese.
Ma forse la considerazione, la riflessione dovrebbe andare oltre questo, oltre il mio blaterare sterile su queste istallazioni.
Credo che sia arrivato il momento di mettere chiarezza.
Si parla troppo di paesaggio. eccessivamente. Esageratamente, Ignobilmente a tratti anche a sproposito. Tutti hanno tutto da dire circa il paesaggio.
E TUTTI hanno titolo per parlarne, per progettarlo, per, per, per ……. TUTTI, tranne i paesaggisti ovviamente, categoria debole, esigua, poco sentita.
E io dico provocatoriamente …. basta con questo paesaggio. Sarebbe meglio parlare di GIARDINO, sarebbe più appropriato per capire e saper leggere, e soprattutto fare il paesaggio.
Il giardino ha un’autonomia di pensiero, visione, il paesaggio no. Bisogna sempre specificare quando siu parla di paesaggio, e allora ecco che abbiamo quello sociale, vegetale, storico, naturale, costiero, montano ecc. ecc. E su questo, quando si generalizza, si fa una bella confusione e si porta il discorso in pensieri che certo non aiutano nè il paesaggio, nè la nostra professione di paesaggisti.
Va bene tutto, ma io mi sto’ un po’ stancando su queste modalità e visioni. Trovo la cosa confusa e sterile.
Vorrei che gli architetti oggi ritornassero all’architettura, quella vera, non quella virtuale o a quella di carta che si faceva ai tempi del mio corso di laurea. Nulla mi sembra cambiato al riguardo.
Provocatoria, beh si, visto che mi sono sentita provocata con quello che ho visto.
Ma vorrei soprattutto che il paesaggio, che dovrebbero fare i paesaggisti bisogna che faccia un giro, passi inevitabilmente dentro il GIARDINO per capire, leggere, guardare, pensare il PAESAGGIO.
E stare dentro un giardino è difficile. Chi ci sta la conosce bene la differenza, vero?
E qui sono pochi i miei colleghi architetti, che riescono a misurarsi con il giardino, perdendosi invece facilmente nella parola PAESAGGIO.
E quello che abbiamo visto erano oggetti di design, non il giardino e meno che mai paesaggio, su questo concordo con te.
Ecco, questo era ciò che avevo da dire al riguardo.
Il Festival del Verde e del Paesaggio è una bella manifestazione, fresca, dinamica, in crescita, per cui EVVIVA e grazie che ci fa parlare anche di ciò!
un saluto
monica sgandurra (www.dicarlosgandurra.net)


more by

Avventure creative - Festival del Verde e del Paesaggio

< >